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BREZNEV MON AMOUR

È Leonid Brèžnev il politico del Novecento più amato dai russi di oggi. In un sondaggio realizzato dall'autorevole Levada Center, il segretario del Pcus che governò l'Unione Sovietica dal 1964 al 1980 ha conquistato il consenso del 56% dei 1600 cittadini interpellati, superando tutti gli altri concorrenti. Tra questi anche il fondatore dei soviet, Vladimir Lenin, fermatosi al 55%, un punto sotto.

Il sentimento di ostalgia dei russi è rimarcato anche dal sorprendente 50% ottenuto da Josef Stalin, al quale più che la politica del terrore scatenata durante il periodo delle purghe i russi di oggi probabilmente attribuiscono il successo nella seconda guerra mondiale contro i nazisti.

Sorprende, nella Russia moderna del Ventunesimo secolo, la popolarità che ancora avvolge i vecchi leader dell'era sovietica, ben al di là dell'ovvia considerazione che la nostalgia addolcisca i ricordi meno piacevoli. Stupisce meno, ricordando la miseria economica e il disordine sociale dei primi anni post-sovietici, gli ultimi posti attribuiti a Boris Yeltsin (22%) e Michail Gorbačëv (21%), il protagonista della perestroijka che voleva riformare il socialismo reale ma finì col condurlo alla dissoluzione.

Il vincitore, Leonid Brèžnev, governò il paese per 18 anni, fino alla morte avvenuta nel 1982. Successe a Nikita Chruščëv, del quale annullò la timida liberalizzazione post-stalinista ristabilendo le linee tradizionali della Guerra fredda. Nel 1968 spedì in Cecoslovacchia i carri armati del Patto di Varsavia per reprimere nel sangue la primavera di Praga, ma fu anche il responsabile dell'avvitamento economico dell'Urss che dagli anni Settanta iniziò il declino che portò al collasso all'inizio degli anni Novanta. Anche l'invasione dell'Afghanistan, nel 1979, contribuì a dare un colpo, forse decisivo, all'immagine di Mosca come seconda potenza globale del mondo bipolare. I russi di oggi, però, gli vogliono bene lo stesso.