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NIENTE AUSTERITY IN MITTELEUROPA

La crisi negli Stati meridionali dell'eurozona sta facendo sentire i suoi effetti negativi anche sulle esportazioni dei Paesi dell'Europa centrale, coinvolgendo nella spirale recessiva economie che apparivano fino a qualche tempo fa molto solide. E se la Germania riesce ancora a compensare il calo sui mercati continentali con le commesse da Cina, India e Brasile, altri Paesi che gravitano nella stessa area cominciano a fare i conti con saldi in rosso. È il caso di Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria, economie transitate dai sistemi pianificati dell'era comunista a quelli più snelli dettati dal libero mercato.

Ma visti i risultati poco esaltanti ottenuti altrove con le politiche di austerità, il Fondo monetario internazionale ha consigliato ai governi della Mitteleuropa di adottare nel breve periodo misure di stimolo all'economia piuttosto che impantanarsi in politiche restrittive di tagli pubblici. «Nella regione lo sviluppo della Repubblica Ceca si sta riducendo sempre più velocemente», ha scritto il Wall Street Journal Deutschland, «l'Ungheria rischia di ricadere in recessione e anche in Polonia, il più grande dei tre Paesi, l'economia ristagna dopo tre anni di crescita robusta e continua». La dipendenza dalle esportazioni nei Paesi dell'eurozona è per questi Stati vitale e, di fronte alla prospettiva di un periodo di rallentamento più lungo del previsto, è necessario adottare adeguate misure di contrasto.

Massanori Yushida, responsabile dell'Fmi per la Repubblica Ceca, ha annunciato a Praga lunedì 20 maggio le direttive consigliate per i tre Paesi: «Le politiche pubbliche di breve periodo devono essere indirizzate al sostegno dell'economia, evitarndo di imporre ulteriori pesi». Più spesa da parte degli Stati per rilanciare l'attività economica e creare più posti di lavoro.

Una ricetta opposta rispetto a quella che l'Unione Europea e lo stesso Fondo monetario internazionale hanno per anni imposto ai Paesi del sud e anche ad alcuni Stati dell'ex Europa orientale finiti da tempo nel vortice della recessione, come la Bulgaria e la stessa Ungheria. Ma diversa è anche la storia recente dei Paesi mitteleuropei. Dopo la caduta dei regimi comunisti, le economie dei Paesi in transizione si sono modellate assecondando i parametri del Trattato di Maastricht. La cura dimagrante della Polonia negli anni Novanta ha prodotto un modello di Stato leggero con un sistema fiscale non troppo invasivo: l'introduzione nella Costituzione del contenimento del debito pubblico al 60% del prodotto interno lordo ha consentito a Varsavia di presentarsi con le carte in regola ben prima del suo ingresso ufficiale nell'Unione Europea. Anche la Repubblica Ceca ha adottato un corso di morigeratezza nella spesa pubblica, mantenendo il debito pubblico al 46% del Pil. Solo l'Ungheria ha seguito una strada diversa, portando il suo debito pubblico a cifre doppie rispetto a quelle praghesi: la crisi finanziaria globale del 2008 costrinse Budapest a rifugiarsi sotto il cappello dell'Ue e dell'Fmi dopo aver perduto l'accesso ai mercati di capitali.

Le politiche restrittive hanno negli ultimi tempi prodotto effetti diversi sulle tre economie: la Polonia ha registrato nel primo trimeste del 2013 una crescita assai modesta, in Repubblica ceca la situazione si è addirittura aggravata, mentre l'Ungheria è riuscita ad uscire almeno tecnicamente dalla lunga fase recessiva, tanto da decidere di rimandare al mittente (cioè a Bruxelles) le nuove misure di risparmio richieste. L'Ue pretende che la soglia di nuovi indebitamenti non superi il 3% del prodotto interno lordo, ma nella situazione di crisi molti Stati hanno già oltrepassato quel limite, finendo di fatto sotto la lente della Commissione.

«Nonostante questo gli esperti dell'Fmi hanno consigliato al governo ceco di allentare la disciplina di risparmio», ha proseguito il quotidiano economico, «e di passare a una politica di spesa mirata alla crescita. E Varsavia dovrebbe valutare con attenzione l'opportunità di tornare a impegnare denaro pubblico per finanziare alcuni progetti specifici, specie nel settore delle infrastrutture». Solo in questo modo sarà possibile evitare che il calo delle esportazioni si rifletta in maniera più drammatica sull'economia e ridia fiato alla disoccupazione.

«I due Paesi dovrebbero adottare una tendenza simile anche per la politica monetaria», ha concluso Yushida. La Banca centrale ceca ha da poco abbassato i tassi di interesse allo 0,05% e ha intenzione di mantenerli a questo livello per lungo tempo, pronta a intervenire a sostegno della corona ceca in caso di necessità. Varsavia invece intende non discostarsi troppo dall'attuale 3%, un valora basso per la Polonia ma ancora alto rispetto alla media dell'Unione Europea. Il governatore della Banca centrale polacca Marek Belka non seguirà tuttavia i consigli dell'Fmi su questo punto: a suo avviso, tassi di interesse vicini allo zero sarebbero improduttivi per il suo Paese, porterebbero forse a un boom congiunturale ma poi a un più lungo ciclo di crisi.