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Letta e la sponda di Varsavia

Pubblicato da Europa / Il premier conquista Tusk alla causa della crescita nell'Ue. Ma il peso della Polonia, che non è nell'Eurozona, è limitato.

(Scritto per Europa)

Danzica (Archivio Rassegna Est)
Danzica (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi

Dopo le visite a Berlino, Parigi e Madrid, Enrico Letta ha proseguito oggi, planando a Varsavia nel pomeriggio, il suo giro in Europa, nelle capitali che contano. Il punto è proprio questo: Varsavia, nel consesso comunitario, conta. Anche più di Londra (Letta vedrà Cameron più avanti), attualmente, data la crescente freddezza britannica verso il progetto europeo. Negli ultimi quattro, cinque anni la Polonia s’è ritagliata un ruolo significativo in Europa, grazie alle buone performance economiche, all’ambizione strategica, alla serietà del primo ministro Donald Tusk e del suo capo della diplomazia, Radoslaw Sikorski, nonché agli ottimi rapporti con la Germania, sia in termini politici che sul piano commerciale e degli investimenti.

Lo stesso Letta, al termine del ritiro toscano del governo nell’abbazia di Spineto, aveva riconosciuto ai polacchi un peso importante, lasciando inoltre intendere che l’intento del colloquio con Tusk sarebbe stato quello di sondare la possibilità di creare, in vista del Consiglio europeo di giugno, una corrente favorevole a mettere sulla bilancia più crescita.

Così è stato. Letta e Tusk hanno affrontato questo tema, riferendo, in conferenza stampa, di trovarsi in forte sintonia. Crescita e disciplina fiscale «devono essere sinergiche e non alternative», ha affermato Tusk. «La disciplina di bilancio è la condizione per fare crescita» e «l’Italia non vuole contrarre debiti», ha sostenuto da parte sua Letta, che ha incassato dall’omologo anche l’appoggio a prendere di petto il tema della lotta alla disoccupazione giovanile. In Polonia non tocca i picchi dell’Europa mediterranea, ma il tasso del 28 per cento non è da ignorare. «Anche per noi è una priorità», ha esplicitato Tusk. I due capi di governo si sono trovati sulla stessa linea anche sul mercato comune e sul ruolo dell’industria. Il primo va potenziato, le seconde messe in condizione di generare posti di lavoro.

Convergenza anche su allargamento ai Balcani (Letta e Tusk saranno a Zagabria il primo luglio per l’ingresso croato) e sul rafforzamento del dialogo tra Europa e Ucraina, tema assai caro ai polacchi, sia sotto il profilo economico, sia sul versante della sicurezza.

Missione compiuta? Letta ha senza dubbio trovato un interlocutore molto attento alla crescita. La Polonia, in Europa, come ha da poco precisato sottosegretario agli esteri Piotr Serafin, vorrebbe dare più rilevanza a ricerca, sviluppo e programmi orizzontali, più che sull’allocazione di fondi ai singoli paesi. Inoltre, il paese sta conoscendo un rallentamento dell’economia (la Banca centrale ha portato i tassi al minimo storico per sostenere la ripresa) e non può che condividere le idee di Letta.

Tuttavia la sponda polacca può rivelarsi non così robusta. Per diverse ragioni, due in particolare. La prima è che il governo di Varsavia sta perdendo smalto. Vuoi perché è al secondo mandato, vuoi perché la formazione liberale-conservatrice di Tusk, la Piattaforma civica (Po), è divisa al suo interno, con l’ex ministro della giustizia Jaroslaw Gowin, uno dei falchi (Tusk è colomba), che sarebbe pronto a lanciare l’opa sul partito. Quanto al secondo motivo, il fatto è che la Polonia non è nell’eurozona e schiva l’argomento. In discussione non è tanto il se (il trattato di adesione all’Ue obbliga Varsavia a dotarsi della moneta unica), ma il quando. Che i polacchi, in attesa che passi la tempesta, stanno spostando di volta in volta più in là nel tempo. Va da sé, visto che l’euro è il core business dell’Unione, che l’incisività di Varsavia sullo scacchiere europeo, fintanto che il paese non entrerà nel perimetro euro, non riuscirà a esprimersi pienamente.

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