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LA SERBIA RITROVATA

Dai Balcani è arrivata una delle poche buone notizie europee: la Serbia è formalmente uscita dalla lunga recessione che negli ultimi anni aveva pesantemente colpito anche il versante orientale dell'Adriatico. Con il prodotto interno lordo in crescita dell'1,7%, il 2013 può segnare per la repubblica serba un punto di svolta nella sua tormentata storia recente. In parallelo con l'allentamento della tensione politica, i progressi sul nodo kosovaro, la stabilizzazione dei rapporti con le ex sorelle jugoslave e l'avvio a giugno dei negoziati con l'Unione Europea, il rilancio dell'economia può chiudere la controversa stagione del dopoguerra e aprire prospettive di tutt'altra natura.

Il ministero dell'Economia di Belgrado, che ha comunicato i dati di maggio, ha mantenuto un tono insolitamente modesto, definendo «crescita moderata» quell'1,7% in più di Pil rispetto all'anno precedente e annunciando la previsione di un +1,9% per il 2014, quando gli effetti dovrebbero ricadere anche sui consumi privati. Ma di questi tempi, e in un'area che sconta ancora le crisi di Grecia, Bulgaria, Croazia e perfino Slovenia, è una cifra di tutto rispetto. È una notizia buona per la Serbia e per gli interi Balcani ma lo è anche per l'Italia, che con Belgrado intesse stretti rapporti di collaborazione e conta sul territorio serbo centinaia di aziende emigrate a est per sopravvivere alla crisi di casa propria.

Il motore della ripresa è l'industria, la cui produzione è cresciuta nel primo trimestre di quest'anno del 5,2% grazie a un vero e proprio boom delle esportazioni, aumentate del 22% rispetto allo stesso periodo del 2012. In prima fila l'automotive, che contribuisce all'export per il 20% e in un anno ha triplicato la produzione, trainato da Fiat e dalla rifioritura di decine di piccole e medie aziende che realizzano pezzi di ricambio per il settore. Una tradizione dell'industria serba già ai tempi della Jugoslavia, rilanciata dagli investimenti stranieri attirati nei mesi scorsi dagli incentivi fiscali del governo e da una manodopera di qualità ancora a basso costo. Non è solo la Fiat, infatti, a muovere il settore: di pochi giorni fa è la notizia dell'accordo fra la Serbia's Industry of Machines and Tractors e l'azienda turca Tomosan per la fornitura di 5000 nuovi mezzi in tre anni e per la creazione di una joint venture finalizzata alla componentistica per trattori moderni da riversare sui due mercati nazionali.

Altri settori in crescita sono quelli petrolifero, chimico, farmaceutico, del tabacco e soprattutto tessile: quest'ultimo tenuto in grande considerazione per la sua natura ad alto impiego di manodopera, che potrebbe aiutare a riassorbire uno dei dati negativi che persistono nonostante la ripresa, quello della disoccupazione. Con il 24% dei serbi ancora senza lavoro, la speranza è che l'inversione di tendenza dell'economia sia duratura e possa riflettersi anche sul livello di vita dei cittadini, specie dei giovani, che continuano a fare le valigie verso la Germania e l'Europa centrale.

«La ripresa era già evidente da qualche mese, dovuta principalmente agli investimenti dall'estero che hanno trasformato il vecchio modello legato all'agricoltura e ai combinati in un sistema di imprese moderne», spiega l'economista Alessandro Napoli, uno che i Balcani li conosce a memoria, oggi coordinatore a Salonicco del segretariato del programma operativo Grecia-Italia e nei precedenti 8 anni impegnato a tempo pieno fra Novi Sad e Belgrado: «L'apertura della Serbia ai mercati internazionali con gli accordi di libero scambio stipulati con Russia, Turchia, Unione Europea ed Efta ha consentito di soppiantare la fine dello spazio commerciale jugoslavo e le restrizioni di un mercato interno troppo piccolo».

Tuttavia non è il caso di lasciarsi prendere dall'euforia. «Permangono ancora molte fragilità», aggiunge Napoli, «come quello di una base produttiva poco solida che, ad esempio, non riesce a tener dietro alle richieste della Russia, un partner decisivo per Belgrado ma del quale non si è capaci di soddisfare in pieno le esigenze». E poi ci sono le strozzature del mercato interno, gli squilibri fra nord più sviluppato e sud arretrato e, soprattutto, fra città e campagna: «L'effetto propulsivo delle città non si estende al di là del tessuto urbano, tranne forse a Belgrado, le differenze sono enormi e il benessere delle regioni agricole dipende ancora dall'andamento delle stagioni climatiche».

In compenso oltre ai russi, con i quali è stato appena stilato un accordo quadro che ha messo insieme prestiti e facilitazioni legate al gasdotto South Stream, sono arrivati in massa i turchi, attirati dalla fame di infrastrutture necessarie alla Serbia per costruire su basi più solide il proprio futuro. C'è bisogno di mettere mano a progetti faraonici per costruire ponti, trafori e autostrade, per ammodernare il lento trasporto ferroviario, riconnettere il Paese con il tessuto balcanico circostante e riallacciare Belgrado all'Europa, oltre che a far manutenzione alla vecchia rete ereditata da Tito. «I turchi sono diventati leader europei in questo settore», conferma Napoli, «e appaiono interessatissimi a investire la loro nuova forza economica e imprenditoriale in un'impresa così impegnativa».

Il timore è semmai che uno sviluppo non controllato possa far perdere la testa e minare la stabilità macroeconomica del Paese: «È questo il pericolo dei prossimi anni», conclude il professore, «le improvvise fiammate sono una minaccia per il debito pubblico e per la stabilità del dinaro. In presenza di una bilancia commerciale strutturalmente deficitaria c'è il rischio che esplodano le importazioni, con conseguenti tensioni sui prezzi e sulla moneta nazionale. E le pressioni per l'aumento dei salari, specie nel settore pubblico, potrebbero riaccendere l'inflazione». Le previsioni economiche di primavera, rese note dalla Commissione europea, confermano l'allarme: il debito pubblico, che nel 2012 era a quota 59,3%, è destinato a crescere nel 2013 al 62,1% e nel 2014 al 65,5%.

Ci sarebbe bisogno di equilibrio, qualità finora non troppo diffusa nelle classi dirigenti serbe, per indirizzare la crescita in un Paese segnato da tante differenze al suo interno. Gli squilibri geografici si riflettono sull'intero complesso della società. Da un lato la Serbia ha compiuto passi da gigante nell'adeguamento di interi settori agli standard europei, anche non necessariamente economici, come i diritti umani, la proprietà intellettuale, il sistema giudiziario e addirittura la meteorologia. Dall'altro la criminalità organizzata mantiene un forte impatto sul sistema economico, costituendo un fattore imprescindibile (e dunque un costo aggiuntivo) per ogni imprenditore: rispetto ad altre aree della regione balcanica non arriva a contrapporsi con violenza allo Stato, ma corrompe a fondo l'economia. Non è un caso che nella classifica della corruzione, stilata annualmente da Trasparency International, su 174 Paesi la Serbia occupi la posizione numero 80 con un indice di 39, in compagnia di Cina e Trinidad e Tobago. Se è vero che l'Italia al 72esimo posto (indice 42) non è poi troppo lontana e la Grecia al 94esimo (indice 36) è messa peggio, pesa la distanza con le sorelle balcaniche Slovenia e Croazia (rispettivamente alle posizioni 37 e 62) e appare inarrivabile il miraggio della Danimarca prima della classe.