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Ljubljana ha un piano

Il governo di Alenka Bratusek vara un pacchetto all'insegna dell'austerity per evitare il bailout. Istituita la bad bank. Sindacati e imprese: ci vuole anche crescita.

Slovenia, Ljubljana (SasaSi, Flickr)
"Manifesto" anticrisi a Ljubljana (SasaSi, Flickr)

Il 9 maggio il governo sloveno ha licenziato il documento che – si spera – permetterà al Paese di resistere alla propria crisi del settore bancario, sul quale gravano mutui non performanti per la somma di un quinto del Pil nazionale. Le politiche delineate dal primo ministro Alenka Bratusek non si distanziano dai dogmi seguiti finora nel resto d’Europa: austerità, nuove tasse e privatizzazioni.

Tra le misure presentate nel piano, che sarà sottoposto al vaglio di Bruxelles la prossima settimana, un aumento delle due aliquote dell’Iva (che passeranno rispettivamente dall’8,5 al 9,5% e dal 20 al 22%), un’accisa sulle bevande zuccherate, una tassa sulla proprietà immobiliare (esattamente come per l’Imu italiana) e la privatizzazione di quindici imprese pubbliche, tra le quali figura la disastrata Nova Kreditna Banka Maribor, secondo istituto bancario del Paese. Se ciò non dovesse bastare a convincere l’Europa, Ljubljana ha già in serbo una "tassa di crisi" sul reddito: si tratta di un prelievo forzoso con aliquote mobili dal 1% al 5%.

Conservare la sovranità finanziaria è l’imperativo, come dichiarato da Alenka Bratusek. Un obiettivo talmente forte da accantonare, a quanto sembra, le promesse fatte nel momento in cui il primo ministro è andata al potere, dopo le dimissioni dell’ex capo del governo conservatore, Janez Jansa. Solo un mese fa, Alenka spiegava di voler abbandonare l’austerità e di lavorare per la crescita e per l’occupazione. Basta sacrifici. Invece la strada intrapresa non si distanzia da quella seguita dal suo predecessore, che pure aveva provocato un’ondata di contestazioni popolari senza precedenti nella storia moderna del Paese.

Oltre al pacchetto reso pubblico giovedì scorso, il governo ha deciso di ricapitalizzare il settore bancario, iniettando 900 milioni di euro nel sistema. In più la tanto contestata bad bank è oramai cosa fatta. Nei piani dell’esecutivo, una prima tranche di mutui non performanti, per un totale di 3,3 miliardi di euro, dovrebbe essere rilevata dai tre istituti più indebitati e trasferita, per l’appunto, alla bad bank pubblica.

Basteranno questi provvedimenti per salvare le finanze dello stato e a evitare il bailout? Le opinioni sono contrastanti. Voci scettiche si sono levate in patria, dove al disappunto e allo scoramento della popolazione si sono aggiunte le note critiche dei sindacati e delle rappresentanze imprenditoriali. L’austerità va bene, ma occorre prevedere qualcosa per la crescita. E lo stesso governatore della Banca Centrale, Marko Kranjec, ha affermato che «non si può pensare di tassare e basta».

Il clima d’urgenza è in parte mitigato dalla confidenza che i mercati sembrano volere attribuire alla Slovenia. L’ultima vendita di bond è andata benissimo, registrando una domanda di cinque volte superiore all’offerta. I mercati, insomma, si fidano, non sembrano fare caso ai giudizi duri di Moody’s: l’agenzia di rating ha declassato a fine aprile i titoli sloveni a “spazzatura”, portandoli da BA1 a BAA2. Eppure, le valutazioni di Fitch e Standard & Poor’s sono discordanti. Per le altre due principali agenzie di rating Ljubljana mantiene il suo status di “investitore”, con un giudizio di A-, l’ultimo prima del livello speculativo.

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