Vai al contenuto

Minoranze bulgare

Pubblicato da Europa / Sofia al voto. Difficile che nasca una maggioranza chiara. Sullo sfondo una situazione sociale tesa, a fronte di un quadro abbastanza stabile.

(Scritto per Europa)

Borisov (a sinistra) con Zapatero (Wikipedia)

di Matteo Tacconi

Elezioni dense di incognite, quelle che si tengono domenica in Bulgaria. I sondaggisti, pressoché all’unisono, prevedono una deficit di governance. I due principali partiti, i conservatori del Gerb (Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria) e i socialisti, non sembrano in grado di ottenere una mole di consensi tale da consentire la piena governabilità. Oscillano rispettivamente tra il 24 e il 33% e tra il 23 e il 32.

Né i conservatori del Gerb, né i socialisti sembrano destinati a ottenere la maggioranza relativa dei seggi parlamentari. Sarà decisivo l'eventuale sostegno dei partiti più piccoli.

A prescindere da chi otterrà la maggioranza relativa e dunque l’iniziativa di formare l’esecutivo, è chiaro che conterà molto l’appoggio eventuale delle altre formazioni destinate a superare, chi con certezza e chi sulla carta, lo sbarramento del 4%. Si tratta dei nazionalisti di Attack, della minoranza turca (Partito dei diritti e delle libertà) e del Movimento dei cittadini, capitanato dall’ex commissaria europea alla protezione dei consumatori, Meglena Kuneva. Non è detto, tuttavia, che quest’ultimo partito riesca ad assicurarsi la rappresentanza in parlamento.

La Bulgaria arriva con le scariche a questa tornata, convocata peraltro in anticipo sulla scadenza elettorale – luglio – della legislatura. Il primo ministro e leader del Gerb Boiko Borisov, per lui un passato da wrestler e da guardia del corpo dei potenti, prima dell’ultimo leader comunista Todor Zhivkov e poi dell’ex sovrano Simeone di Sassonia-Coburgo, al tempo in cui fu primo ministro (2001-2005), s’è dimesso a febbraio dopo una serie di grandi manifestazioni popolari, segnate peraltro da scontri. A lui è succeduto il diplomatico Marian Raykov, con il compito di traghettare il paese alle urne. A originare le proteste è stato l’aumento vertiginoso delle tariffe elettriche, la cui ragione principale risiederebbe secondo gli esperti nel tasso di corruzione a Sofia e dalla scarsa autonomia energetica del paese.

Le dimissioni sono state per Borisov una scelta obbligata. Se fosse rimasto al potere sarebbe arrivato alla fine del mandato completamente bollito. Così invece il Gerb – Borisov potrebbe fare un passo indietro in caso di maggioranza relativa risicata – ha delle carte da giocare. Tuttavia un recente scandalo relativo all’uso diffuso e improprio delle intercettazioni telefoniche da parte di membri del governo rischia di avere ricadute elettorali significative. Dopotutto il Gerb aveva vinto le elezioni del 2009 con una piattaforma incentrata sulla trasparenza, oltre che sul contrasto alla corruzione.

Dall’altra parte della barricata ci sono i socialisti, guidati dall’ex primo ministro Sergei Stanishev. È con lui in plancia di comando che il paese è entrato nell’Ue, nel 2007. Stanishev propone una politica più equa dal punto di vista fiscale e in questo senso la leva principale è, secondo il suo programma, l’abolizione della flat tax.

La cosa, c’è da credere, non entusiasma gli investitori. D’altronde l’economia bulgara è fortemente legata all’afflusso di capitali dall’estero. Al tempo stesso non è un buon segnale, sempre sul fronte degli investimenti, l’inchiesta aperta nei confronti delle compagnie Cez As, Energy-Pro e Evn Ag, le prime due ceche e la terza austriaca, che controllano il mercato della distribuzione elettrica e sono accusate dall’aumento delle tariffe. La mossa appare un po’ uno scaricabarile, visto che le ragioni dell’aumento delle tariffe sono più complesse di quanto appare e lo stato sembra avere le sue responsabilità.

Sullo sfondo, mentre i partiti duellano e avanzano proposte e mentre prende forma uno scenario parlamentare fortemente parcellizzato, c’è una situazione emergenziale dal punto di vista sociale. La Bulgaria non è in recessione e tiene molto bene sotto l’ottica del debito pubblico: è al 18,5% e solo l’Estonia, nel contesto Ue, può vantare una performance migliore. Ma i conti in ordine sono stati ottenuti a caro prezzo. Dal 1997, quando il paese affrontò una crisi bancaria devastante, che portò numerosi istituti di credito alla chiusura, vigono delle politiche piuttosto austere. Il tenore di vita di una parte della popolazione è sceso e dall’inizio dell’anno – fotografia impietosa della disperazione che serpeggia nei meandri della società – sette persone si sono date fuoco in strada. L’ultimo in ordine di tempo, stando alla cronache, è stato Ventislav Kozarev, uomo sulla cinquantina, residente a Smolyan, al confine con la Grecia. È ricoverato, in gravi condizioni.

Lascia un commento