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MOSCA-KIEV, DUELLO SUL GAS

A gennaio Gazprom ha presentato un conto a Kiev di 7 miliardi di dollari per una bolletta apparentemente non pagata del 2012. Secondo i contratti take or pay che legano Russia e Ucraina firmati nel 2009 da Vladimir Putin e Yulia Tymoshenko ci sarebbe ancora questa somma da saldare, sostengono a Mosca. Non proprio noccioline, per un paese che sta trattando con il Fondo monetario internazionale un prestito che si potrebbe aggirare 15 miliardi di dollari. Il presidente Victor Yanukovich ha comunque detto invece che tutto è regolare e Naftogaz non deve nulla a nessuno.

Il nodo è rimasto in questi mesi irrisolto, dato che le posizioni sono immutate, e il botta e risposta non è altro che l’ennesimo episodio di un muro contro muro che va avanti ormai da quasi tre anni, da quando cioè Yanukovich è entrato alla Bankova. Un paio di mesi dopo la sua elezione nel febbraio 2010 e appena dopo la firma degli accordi di Kharkiv ad aprile, con i quali la Russia si è garantita la permanenza della sua flotta nella base ucraina di Sebastopoli sino al 2042 concedendo un ribasso dei prezzi del gas a Kiev, Putin aveva proposto la fusione di Gazprom e Naftogaz: da allora Russia e Ucraina trattano più dietro le quinte che alla luce del sole per risolvere una questione che negli ultimi vent’anni è sempre stato dominio di pochi, tra Cremlino, Bankova e il contorno degli oligarchi di turno.

Il gas fa litigare Mosca e Kiev da sempre, non solo da quando l’Occidente ha scoperto le cosiddette guerre del gas arrivate dopo la rivoluzione arancione del 2004. Il problema viene da lontano (già nel 1997 il primo accordo su Sebastopoli si era risolto sostanzialmente in un baratto) e ora il Cremlino lo vorrebbe concludere una volta per tutte. Non potendosi pigliare Naftogaz, l’idea quella sarebbe ora di ottenere il controllo sul sistema dei gasdotti (gts), lasciando la proprietà all’Ucraina (che per un passo del genere dovrebbe cambiare la Costituzione) e avendone unicamente la gestione. Putin offre il solito sconto, Yanukovich non vuole però cedere sovranità e soprattutto gli oligarchi ucraini non vogliono finire a mani vuote, spodestati dai loro colleghi russi.

La situazione è quindi in stallo, anche perché Kiev ha usato sempre la sponda europea per rimanere aggrappata alla sua linea: Bruxelles potrebbe entrare in un consorzio tripartito per la modernizzazione del gts e la firma dell’Accordo di associazione metterebbe a freno i bollori russi. Il punto è che ormai il tempo stringe. L’Ue ha posto un ultimatum in vista del vertice di novembre a Vilnius durante il quale potrebbe essere siglato l’Accordo e ha chiesto passi concreti per quel riguarda il caso di Yulia Tymoshenko entro maggio. Alla Bankova non si è mosso quasi nulla e considerando come nuovi processi e nuove accuse hanno travolto l’ex premier già in carcere è lecito dubitare che arrivino colpi di scena. La liberazione dell’ex ministro degli interni Yuri Lutsenko appare più come un contentino a Bruxelles che non come la volontà di sciogliere il vero nodo.

Con Tymoshenko sempre dietro le sbarre è difficile la riconciliazione tra Ucraina e Unione Europea, non ci sarà nessuna associazione e il consorzio a tre sarà quindi un’idea che rimarrà sulla carta con la probabilità che l’opzione dell’Unione euroasiatica diventi più realistica, soprattutto se non vi saranno accordi con l’Fmi che vadano a rimpinguare le casse dello Stato. E il duello sarà ancora quello tra Mosca e Kiev. Come andrà a finire?

Difficile dire. È certo però che l’Ucraina si trova in una posizione di svantaggio e le alternative messe in campo non garantiscono una lunga resistenza: lo shale gas è un miraggio che se non si concretizza certo sul breve periodo e l’import alternativo a prezzi più bassi da qualche fornitore europeo non può certo saziare la sete energetica dell’industria oligarchica abituata al gas facile russo. Sul medio periodo, con Nordstream a regime e la costruzione di Southstream, il transito attraverso l’Ucraina perderà di importanza, così come il potere contrattuale di Kiev già ridotto al lumicino. All’inizio di aprile da Mosca è arrivato l’annuncio di riprendere il progetto Yamal 2, un’altra tegola che potrebbe abbattersi sulla speranza ucraina di mantenere una lucrativa rilevanza sulla scacchiera energetica europea. Al Cremlino perciò aspettano pazientemente ed é improbabile che alla fine rimangano a mani vuote.