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TRA BOSTON E LA CECENIA

Alla fine si è scoperto. I responsabili della strage alla maratona di Boston, nella quale il 15 aprile sono morte tre persone, erano con ogni probabilità due giovani fratelli ceceni: 19 e 26 anni, studenti negli Stati Uniti. Il terrorismo ceceno e caucasico, a lungo confinato nei confini dell’ex Unione sovietica, sembra dunque aver preso la rotta atlantica. Certo, sono ancora tutti da scoprire e analizzare i potenziali legami dei fratelli Tsarnaev con i gruppi estremisti che militano in Cecenia, Inguscezia e nelle altre regioni musulmane nella periferia inquieta russa. Ma si tratta comunque della prima volta in cui il terrorismo di matrice jihadista, nel corso dell’ultimo decennio attivo solo Mosca e dintorni, sceglie come bersaglio il lontano Occidente, la culla della democrazia. Trasformando così la questione del terrorismo fondamentalista nelle repubbliche dell’ex Urss in un problema internazionale.

Da tempo il Caucaso russo è diventato una polveriera in cui ribollono le istanze indipendentiste che dopo il crollo dell’Urss hanno portato ai due conflitti in Cecenia (1994-1996 e 1999-2000) e allo stato di guerriglia permanente che ancora adesso attraversa l’intera regione. Non solo. Qui fermentano anche gli spiriti più pericolosi della guerra santa, incitati dal nemico numero uno del Cremlino Doku Umarov che vuole installare un califfato nelle montagne del Sud della Russia. I collegamenti con il network di al Qaeda, dall’Afghanistan all’Arabia Saudita, denunciati lungamente da Mosca, sono in realtà rimasti una questione esclusivamente russa, almeno fino a oggi.
Gli attentati avvenuti nell’ultimo decennio (ultimi in ordine di tempo quello della metropolitana di Mosca nel 2010 e quello all’aeroporto di Domodedovo nel 2011, entrambi con circa 40 vittime), il sequestro al teatro Dubrovka (2002, 130 morti), gli aerei esplosi nel 2004 (80 morti), il massacro di Beslan (oltre 300 vittime) sono stati classificati in Occidente come una faccenda interna, un duello tra il Cremlino e le forze indipendentiste. Ma in realtà contenevano già i germi di un contagio al di là dei confini russi.

I leader della guerriglia cecena, da Ibn al Khattab (ucciso nel 2002, arrivato dall’Arabia Saudita per combattere i russi in Afghanistan e poi spostatosi in Cecenia) a Shamil Basaev (originario della Cecenia, ucciso nel 2006) fin dagli Anni 90 furono sospettati di avere connessioni internazionali che arrivavano sino a bin Laden. Oggi il loro erede è Doku Umarov, autonominatosi emiro del Caucaso nel 2007: solo dal 2011 però il comitato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite l’ha messo nella lista degli affiliati ad al Qaeda. Di Umarov sono noti sono i suoi rapporti con l’Imu (Islamic movement of Uzbekistan), gruppo terroristico che ha operato in varie repubbliche dell’Asia centrale, e con altre organizzazioni attive dentro e fuori il Caucaso.
La rivendicazione della strage di Domodedovo nel 2011 è avvenuta con un video in cui non solo Umarov accusava la Russia per l’oppressione dei musulmani, ma prendeva di mira anche gli Stati Uniti, descritti come «regime satanico» e forza occupante in Paesi islamici.

Insomma, vista da Mosca, era solo una questione di tempo perché si materializzasse altrove un incubo che la Russia sta vivendo da un paio di lustri. Se negli Anni 90 il terrorismo era davvero una battaglia tra uno Stato che si stava sgretolando - l’Urss - e gruppi che puntavano all’indipendenza delle repubbliche, nel decennio successivo il fondamentalismo islamico ha aggiunto l’elemento della jihad internazionale. Il fatto che i due giovani attentatori che hanno seminato morte e panico negli Usa siano originari della Cecenia è un segnale preoccupante per tutti, da Washington a Mosca. E illustra ancora una volta come tra i due Paesi il dossier della lotta al terrorismo aperto dopo l’11 settembre 2001 sia da risolvere in comune. Visto che le bombe colpiscono in maniera indifferenziata.

(Lettera 43)