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Il superblogger alla sbarra

Inizia il processo ad Alexei Navalny, la guida delle proteste di piazza anti-Putin del 2011-2012. Un caso di giustizia selettiva, secondo i più. 

(Scritto per Europa)

Russia, Alexei Navalny (www.wikipedia.org)

di Matteo Tacconi

Come prima udienza non è che sia stata scoppiettante. Gli avvocati di Alexei Navalny si sono presentati in aula e hanno spiegato di aver bisogno di più tempo per preparare la difesa del loro assistito, accusato di appropriazione indebita. Più precisamente, avrebbe fatto perdere 16 milioni di rubli (quasi 400mila euro) a Kirovles, azienda statale attiva nel comparto del legno. La corte ha accettato le richieste dei legali, fissando una nuova data al 24 aprile.

In ogni caso quello iniziato ieri a Kirov, la città da 400mila e rotti abitanti a est di Mosca e a ovest degli Urali dove Navalny avrebbe compiuto il reato, è il più eccellente tra i procedimenti giudiziari aperti negli ultimi tempi contro gli esponenti dell’opposizione al Cremlino. Più di quello alle Pussy Riot. D’altronde la battaglia di Navalny contro il sistema putiniano non si limita ai flash mob punkeggianti e alle liriche sconce delle canzoni, ma risulta ben più articolata.

Sono diversi i processi recentemente istruiti a carico di esponenti della fronda anti-Putin. Quello a Navalny è decisamente il più rilevante.

Navalny – ricordiamolo – è il paladino della lotta alla corruzione, una delle cancrene del sistema politico-economico russo, riconosciuta dallo stesso establishment. È con un’intensa crociata al malaffare, ai bilanci opachi dei grandi colossi di stato e al corto circuito tra affari e politica, condotta mobilitando abilmente la leva del web, che Navalny s’è conquistato uno spazio nell’arena politica. Divenendo al contempo il capo carismatico dell’opposizione extra-parlamentare, trainata dalla classe media moscovita, che tra le elezioni per la Duma del dicembre 2011 e il terzo insediamento di Putin al Cremlino, nel maggio dell’anno scorso, occupò a più riprese le piazze della capitale russa.

Oggi non si urla più a squarciagola contro Putin, anche se Navalny non ha mai abbandonato la lotta contro «il partito dei ladri e degli imbroglioni», come lui stesso definì Russia Unita – la forza politica egemone alla Duma – al tempo delle marce e dei picchetti anti-putiniani. Il calo d’intensità della protesta dipende da più fattori. È passato lo slancio emotivo delle elezioni, sono emerse divisioni in seno al movimento e il Cremlino ha varato una dura controffensiva, marcata dall’uso selettivo della giustizia.

L'accusa sostiene che Navalny, al tempo in cui era consigliere del governatore di Kirov, ha causato un grave danno economico a un'azienda pubblica operante nel settore del legname, facendole vendere i propri prodotti a prezzi non competitivi.

E qui veniamo al processo a Navalny. Perché di giustizia selettiva si tratta, secondo i più. I pubblici ministeri sostengono che il superblogger, che vanta trascorsi nel partito liberale Yabloko e qualche contestata simpatia nei confronti del nazionalismo russo, avrebbe fatto pressioni sui vertici dell’azienda Kirovles, convincendoli a venderne i prodotti a prezzi non vantaggiosi. L’accusa risale al dicembre 2010. Allora Navalny era uno dei consiglieri del governatore della regione di Kirov, Nikita Belykh, pescato dall’ex presidente Dmitry Medvedev tra le file del fronte liberale. Belykh, oggi ritenuto organico al potere, credeva all’epoca che il sistema potesse essere cambiato da dentro. Proprio per questo accettò la nomina di Medvedev e chiamò Navalny al suo fianco.

Tutto andò bene, fintanto che la magistratura non aprì il file contro Alexei. L’inchiesta è stata inizialmente archiviata, salvo essere riaperta – non casualmente, lascia intendere il Guardian– nel momento in cui Navalny ha scoperto e denunciato pubblicamente che Alexander Bastrykin, capo del potentissimo Comitato investigativo, struttura chiave della controffensiva del Cremlino contro i dissidenti, vanta in Repubblica ceca una casa e il permesso di residenza. Cose di cui aveva sempre taciuto.

L'impressione è che Navalny voglia politicizzare il processo - a prescindere dalla quasi certa condanna - per aumentare il suo appeal politico-elettorale, anche fuori da Mosca.

Questo accadeva lo scorso luglio. Da allora la procedura è andata avanti, fino all’avvio del processo. Oggi. Navalny rischia fino a dieci anni di carcere. Intanto, una dozzina di giorni fa, ha annunciato che intende candidarsi alle prossime elezioni presidenziali. Un’uscita, fa notare l’agenzia Ria Novosti, con cui il crociato dell’anti-corruzione cerca di alzare la posta del processo, facendolo diventare tutto politico e provando a innalzare il suo indice di visibilità (il centro studi Levada ha d’altronde rivelato recentemente che meno della metà dei russi sa chi sia Navalny).

Anche l’intervista rilasciata ieri al New York Times, viene da dire, rientra in questo schema. Leggendola, emerge tra le altre cose una possibile rimodulazione della linea agguerrita finora seguita. Navalny ammette che i russi vogliono stabilità (parola d’ordine del lessico di Putin), spiega che per cambiare il paese non serve una rivoluzione ma solo un governo efficiente e dice che il tempo è dalla parte del cambiamento. Nel frattempo, comunque, c’è un processo da affrontare. E tutti scommettono sulla condanna. Anche lo stesso protagonista di questa vicenda. «Sono praticamente sicuro che mi chiuderanno dentro», ha confidato al New York Times.

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