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GAS, BAKU SFIDA MOSCA

Aria di sfida tra Mosca e Baku. E, nemmeno a dirlo, la causa del contendere sono gli idrocarburi. Perché Gazprom, abituata a dettar legge nell’ex Unione Sovietica e non solo, si trova di fronte la concorrenza di Socar, la società statale che controlla tutto il settore dell’Azerbaijan. E, dopo anni di crescita, adesso alza il tiro. Per avere idea del business, basti dire che i colossi del gas e del petrolio occidentali hanno investito nell’industria energetica azera oltre 50 miliardi di dollari, secondo quanto ha riferito lo stesso Rovnag Abdullayev, numero uno della Socar.

Non proprio noccioline: con quei soldi, giusto per fare un paragone, si sarebbe potuto salvare tre volte Cipro, l’isola malandata che per la propria resurrezione punta proprio sullo sfruttamento di presunti giacimenti del Mediterraneo. Sul Caspio, oro nero e azzurro sono invece una sicurezza, tesori che da un ventennio hanno scatenato la corsa delle multinazionali alla ricerca di una diversificazione dalle fonti della Grande Madre Russia. Il crollo del comunismo ha aperto la possibilità alla costruzione di vie di trasporto alternative e l’avvio dello sfruttamento di nuovi giacimenti ha regalato un ruolo di primo piano ai Paesi sorti sulle macerie dell’Urss.

Da questo punto di vista, l’Azerbaijan è la punta di diamante tra le ex repubbliche postsovietiche, non tanto per produzione o riserve (il Kazakistan lo supera per il petrolio mentre per il gas è dietro anche a Turkmenistan e Uzbekistan), quanto per la posizione strategica: ponte sul Caucaso tra gli Stati fornitori centroasiatici e l’Europa sempre più assetata di energia. Ecco perché sin dalla prima metà degli Anni 90 le compagnie di mezzo mondo si sono gettate sulle sponde del Caspio alla corte della Socar e soprattutto a quella degli Alyiev - Heidar e Ilham, padre e figlio - che negli ultimi quattro lustri ha retto le sorti del Paese (nell’autunno 2013 sono in calendario le elezioni e c’è da scommettere che Ilham succederà come presidente a se stesso).
Il cosiddetto “Contratto del secolo”, siglato nel 1994 per lo sfruttamento dei giacimenti di Azeri-Chirag-Guneshli e gestito dall’Aioc (consorzio internazionale guidato dalla britannica British Petroleum, al quale partecipano anche americani, turchi e giapponesi) è stato l’inizio di un’ascesa che ora è al suo apice.

Dopo la costruzione del gasdotto tra Baku, Tbilisi ed Erzurum (Bte) e dell’oleodotto tra Baku, Tbilisie Cheyan (Btc) nella metà dello scorso decennio, i nuovi piani riguardano la Trans Adriatic Pipeline (Tap) che porterà gas azero in Italia attraverso Turchia, Grecia e Albania. Resta poi aperta la questione del Nabucco, il possibile concorrente del Southstream voluto dalla Russia, a cui però gli esperti danno poche possibilità di realizzazione. Oltre a questo, il gigante azero si è messo a giocare a tutto campo, rinsaldando vecchi e stringendo nuovi rapporti con i vicini del Mar Nero, dalla Turchia che ha invitato la Socar a esplorare le acque di Ankara alla ricerca di ori nascosti, all’Ucraina che è alla disperata ricerca di liberarsi dalla mossa russa e vorrebbe importare più gas da altrove.

A Baku, Ihlam Alyiev è il mazziere che distribuisce le carte e il banco che incassa tutto: rispetto all’alter ego di Mosca, Vladimir Putin, ha meno problemi di immagine soprattutto per il fatto che il piccolo Azerbaijan è stato sempre snobbato dall’opinione pubblica europea e americana e sui deficit democratici del Paese si è chiuso un occhio secondo la massima petrolio non olet. Se a questo si aggiunge la cosiddetta ‘diplomazia del caviale’, ossia la strategia azera di ammorbidire la critica occidentale con regalie atte a far chiudere anche l’altro occhio (le azioni di lobby, per così dire, sono venute alla luce alla fine dello scorso anno in sede al Consiglio d’Europa) è facile capire che il peso della repubblica del Caucaso sulla scacchiera è più rilevante di quanto possa a prima vista apparire. Prova ne è che il duello più recente tra Mosca e Baku è quello per la società statale del gas Depa che Atene ha messo sul mercato nel piano di privatizzazioni: sia Gazprom sia Socar hanno interesse a mettere piede in Grecia nell’ottica del controllo sui tubi, presenti e futuri.

(Lettera 43)