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L’AUSTERITY DANNEGGIA LA SALUTE

La salute degli europei corre il rischio di diventare vittima della crisi economica: la combinazione di politiche di risparmio e crescita della disoccupazione ha ridotto l'accesso dei cittadini ad aiuti sanitari adeguati. Un avvertimento chiaro e drammatico, lanciato dall'autorevole rivista medica britannica The Lancet: «Una condizione decisamente allarmante se confrontata con la sconfortante situazione del mercato del lavoro in Europa negli ultimi mesi: 26 milioni di senza lavoro in tutta l'Ue con un tasso medio che è salito al 10,8%».

Le medie naturalmente non dicono tutto: ci sono Paesi, come quelli del Sud Europa, dove la situazione è precipitata in maniera più veloce e drammatica che altrove. La crisi e i piani di risparmio non colpiscono ovunque con la stessa forza, e in qualche angolo del continente non colpiscono affatto. In Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Cipro il peggioramento delle condizioni sanitarie è già realtà e, nei mesi scorsi, sono passate quasi sotto traccia le cronache da Atene sulla carenza di medicine negli ospedali: cose da terzo mondo che avvengono in uno degli Stati membri di quello che veniva considerato il club più esclusivo del pianeta.

«Crisi finanziaria, austerità e salute in Europa» è il titolo del rapporto pubblicato da The Lancet, i cui ricercatori si sono concentrati in particolare su come le politiche di tagli alla spesa hanno inciso sui sistemi sanitari di Grecia e Portogallo. La tesi che è emersa è un atto di accusa nei confronti dei politici, una denuncia di fallimento della gestione della crisi: i programmi di austerità hanno innescato un circolo vizioso di depressione dell'economia e di indebolimento delle reti di sicurezza sociale e hanno lasciato che esplodesse la crisi della sanità.

Uno dei casi concreti analizzati dalla rivista è stato il tentativo intrapreso per mantenere la Grecia nell'Unione Europea, nel quale la Troika, composta da Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea, ha giocato un ruolo fondamentale. Sebbene l'assistenza sanitaria sia considerata un affare interno di ogni singolo Stato, la Troika ha obbligato il governo greco a contenere le spese nel settore entro il 6% della crescita economica. In questo modo, in soli due anni Atene ha dovuto ridurre del 25% i costi sostenuti per il personale medico e del 15% quelli per le strutture ospedaliere. Date le risorse disponibili, il sistema sanitario greco se l'è dovuta cavare con la metà del personale prima disponibile, l'altra metà si è ritrovata disoccupata. L'introduzione di questo meccanismo ha impedito di fatto al sistema sanitario greco di mantenere gli standard minimi di assistenza: con il passare delle settimane, molte medicine non sono più state disponibili, perché mancavano i soldi per pagarle e lo Stato si è ritrovato in debito con le farmacie per l'impossibilità di rimborsare i costi delle ricette.

Il rischio del declino sanitario non riguarda però solo i Paesi in crisi. Anche laddove la situazione non ha assunto i tratti dell'emergenza i risparmi imposti ai governi per affrontare l'emergenza hanno prodotto danni notevoli. È il caso dell'Olanda, che ha tolto dal paniere dell'assistenza pubblica le prestazioni di fisioterapia e della fecondazione assistita in vitro o quelli di Francia, Finlandia e Danimarca, dove l'autocontenimento delle spese sanitarie è divenuta una prassi». Altrove, come a Cipro, in Irlanda e Portogallo, i salari dei medici sono stati tagliati. Perfino l'Inghilterra, finora considerata una sorta di oasi felice per i medici, ha congelato i loro salari.

Di fronte a questo quadro europeo generale, il rischio concreto è che le politiche finora seguite non solo non aiutino le economie a risollevarsi ma precipitino irrimediabilmente un sistema sanitario pubblico che, pur con casi di dispersione di risorse, ha permesso agli europei di raggiungere negli ultimi 6 decenni standard di vita fra i più alti del mondo. The Lancet ha suggerito un modello alternativo, quello islandese: «Lì gli elettori hanno respinto con un referendum i tagli proposti dalle istituzioni finanziarie internazionali e hanno deciso di investire nuovamente nelle strutture pubbliche». La rivista non ha fornito dati utili a capire se questa ricetta abbia risollevato le sorti economiche e finanziarie dell'isola, ma ha certificato che la crisi non ha avuto alcuna influenza sulla situazione sanitaria degli islandesi.

Pressante è invece l'appello indirizzato all'Unione Europea. I politici sono apparsi finora ciechi di fronte alle conseguenze sociali delle politiche adottate e la Commissione dovrebbe immediatamente verificare le conseguenze delle sue misure sulla sanità. «I funzionari sono sempre stati solleciti a misurare le cifre dei prodotti interni lordi o quelli dei disoccupati, ma quando si tratta di valutare i numeri che riguardano la situazione sanitaria dei cittadini la trascuratezza la fa da padrone». Gli ultimi dati disponibili a livello continentale, infatti, sono fermi al 2010. Da allora la crisi ha fatto passi da gigante, coinvolto sempre nuovi Paesi e messo in difficoltà sempre più europei.