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Non è solo calcio

Pubblicato da Linkiesta / Le nazionali di calcio di Serbia e Croazia si affrontano a Zagabria, in una sfida che travalica i confini sportivi e vira verso la politica.

(Scritto per Linkiesta)

La Jugoslavia ai mondiali del 1982

di Rodolfo Toè 

Venerdì sera la nazionale Croata e quella Serba s'incontreranno a Zagabria per disputare l'andata di un incontro valido per le qualificazioni ai mondiali del 2014, in Brasile. È la prima volta che questo accade in più di dieci anni. La partita si annuncia tesa: l'eredità della guerra degli anni novanta è ancora molto viva tra i due sfidanti. Storia e implicazioni di una rivalità che, nonostante i progressi compiuti, riflette i traumi della regione. E che va ben oltre i novanta minuti regolamentari.

I tifosi serbi, a Zagabria, non ci potranno andare. La paura di disordini è troppo alta, e le autorità hanno impedito alle tifoserie ospiti di partecipare alle partite che opporranno le nazionali della Serbia e della Croazia per la qualificazione a Brasile 2014.

Negli ultimi giorni, gli appelli alla prudenza e al buonsenso si sono susseguiti. Il più recente è quello di Davor Suker, eroe dei mondiali a Francia '98 e oggi presidente della Federazione calcio croata: «sulla base di come accoglieremo i nostri avversari a Zagabria verremo trattati a Belgrado», ha dichiarato Suker, che ha persino raccomandato esplicitamente ai propri connazionali di non fischiare l'inno serbo.

Il derby dei Balcani si gioca in un momento in cui le relazioni bilaterali tra Serbia e Croazia sono abbastanza tese.

È un peccato che Croazia - Serbia debba giungere ora, nel momento più basso della storia recente delle relazioni tra i due Paesi. L'ultima notizia giunta in ordine di tempo è quella dell'aggressione, da parte di giovani croati, di otto studenti seminaristi del monastero ortodosso serbo di Krka, vicino a Knin.

Ma negli ultimi mesi le frizioni diplomatiche tra Belgrado e Zagabria non hanno fatto che aumentare. A partire da quando, qualche mese fa, il Presidente serbo Tomislav Nikolic aveva voluto dire la sua a proposito di Vukovar, "città martire" coventrizzata dalle truppe serbe e jugoslave durante la guerra del 1991. «Vukovar è serba», aveva constatato Nikolic, solo qualche giorno dopo la propria elezione, attirando su di sé l'indignazione sbigottita di Zagabria e dell'Unione Europea.

Ma tra i casi più recenti è inevitabile ricordare la polemica sull'assoluzione del Tribunale dell'Aia di Gotovina e Markac, i generali che guidarono la "riconquista" croata della regione della Krajina nel 1995, causando l'espulsione forzata di circa 250.000 serbi. A un certo punto, sull'onda dell'euforia di Zagabria, si era addirittura proposto che fosse proprio l'ex generale a dare il calcio d'inizio venerdì sera (idea precipitosamente abbandonata).

Un'atmosfera, quindi, di certo non incoraggiante a favorire la riconciliazione tra i due nemici di un tempo. Per questo in molti, negli ultimi giorni, hanno cercato di gettare acqua sul fuoco. A cominciare da una vecchia conoscenza del calcio italiano, Sinisa Mihajlovic, oggi allenatore della selezione serba: «tre punti sono tre punti e questa è l'unica cosa che incontra, nel calcio. La partita con la Croazia - ha sottolineato anche alla Gazzetta dello Sport - vale tanto quanto una con il Belgio».

La generazione d'oro 

Ma la partita di venerdì sera ha un significato simbolico e sentimentale che trascende, e di molto, i semplici tre punti in paio per il girone. La storia di Croazia - Serbia è anche la storia della zlatna generacija (la "generazione d'oro"), della nazionale Jugoslava più forte di tutti i tempi, che avrebbe potuto vincere ovunque ma che invece - e beffardamente - annoverò tra i propri trofei soltanto un mondiale juniores, conquistato nel 1987. E che per almeno due anni divenne il simbolo di un Paese che, inesorabilmente, stava sgretolandosi.

La vicenda della zlatna generacija comincia più di vent'anni fa. Nella selezione che diventerà campione del mondo in Cile militano, giovanissimi, alcuni tra i maggiori talenti del calcio europeo degli anni novanta: Robert Jarni, Zvonimir Boban, Davor Suker, Robert Prosinecki, Predrag Mijatovic.

La squadra fa i bagagli con poche speranze. A Sinisa Mihajlovic, che nel 1991 sarà uno dei giovanissimi eroi della Stella Rossa di Belgrado ad alzare la Coppa dei Campioni, viene detto di rimanere a casa: giocando nel campionato, è quello che si pensa, avrà la possibilità di fare più esperienza.

Contro ogni aspettativa, la Jugoslavia sconfigge il Brasile 2-1 e in finale s'impone, dopo i rigori, sulla Germania Ovest. «Fu quello il momento in cui alcuni di noi cominciarono a sognare», dichiarerà a distanza di anni Mijatovic «che saremmo stati noi i primi a portare in patria la coppa del mondo. Quella vera».

Il match è una fotografia dello stato politico dei Balcani e al tempo stesso, un amarcord sull'epoca della migliore generazione di talenti che il calcio jugoslavo abbia mai conosciuto: quella esplosa alla fine degli anni '80.

Un'illusione. Che si interrompe, bruscamente, contro i muri della politica. Tra aprile e maggio del 1990, le prime elezioni democratiche di Croazia premiano il partito nazionalista di Franjo Tudman. La secessione è alle porte. Il 13 maggio dello stesso anno si gioca Dinamo Zagabria - Stella Rossa Belgrado, incontro valevole per il campionato.

Tra le due squadre, molti figli della zlatna generacija devono assistere agli scontri tra tifosi che per molti rappresentano, idealmente, l'inizio della fine della Jugoslavia. Sul terreno del Maksimir di Zagabria si aggira, tra gli altri, Zeljko Ražnatovic. Ufficiosamente, è l'addetto alla protezione dell'allenatore della Stella Rossa. Passerà alla storia con il suo più conosciuto soprannome: Arkan.

Di quella giornata resta impressa l'immagine di un giovanissimo Boban che, nei tafferugli, sferra un calcio a un agente di polizia. La bravata gli costa l'esclusione dalla lisa dei convocati per il mondiali del 1990, ai quali la Jugoslavia si avvia allenata dal sarajevese Ivica Osim.

Si tratta dell'ultima partecipazione della Jugoslavia socialista alla fase finale di un torneo internazionale. La squadra viene eliminata ai quarti dall'Argentina di Maradona. Ai rigori. Ed è costretta a ritornare a casa. Non ci sarà nessuna rivincita: il Paese ormai si avvia verso la dissoluzione.

Il 16 marzo 1991, si disputa Jugoslavia - Faer Oer, valida per la qualificazione a Euro 1992. Per l'ultima volta, calciatori croati e serbi giocano fianco a fianco indossando la stessa maglia. Da quel momento, i primi lasceranno la nazionale: i tempi sono infatti ormai maturi per la creazione di una federazione autonoma, slegata da Belgrado. Slovenia e Croazia dichiarano la propria indipendenza a fine giugno. Nel luglio 1991, l'esercito Jugoslavo muove guerra a Zagabria.

S'interrompe così, incompiutamente, la promessa della nazionale jugoslava più forte di tutti i tempi. Osim è chiamato a mettere le toppe per gestire una situazione sempre più conflittuale. Quella maglia e quell'inno rappresentano un Paese che, nei fatti, non esiste più. L'allenatore decide comunque di non limitarsi a convocare la sola componente serbo-montenegrina e, per sua stessa ammissione, cerca di mantenere un carattere "multietnico" nella selezione, ormai comunque privata di alcuni tra i suoi principali talenti.

La qualificazione agli Europei del 1992, che si disputano in Svezia, è una gioia di breve durata. La partecipazione della Jugoslavia alla competizione, infatti, è boicottata come effetto delle sanzioni che colpiscono il regime di Milosevic. Al suo posto verrà chiamata la Danimarca, che finirà per laurearsi campione d'Europa.

Nel frattempo, la guerra divora Sarajevo. Osim, che ha tentato con sforzo donchisciottesco di opporsi all'evidenza, getta la spugna. L'ultimo allenatore della nazionale jugoslava annuncia le proprie dimissioni.

Le immagini della conferenza stampa mostrano un uomo sfibrato, contrito dal dolore: «interpretatelo come vi pare, ma per quanto mi riguarda, devo annunciare il mio addio. La decisione è soltanto mia, ed è personale. Non servono spiegazioni, è la sola cosa che io possa fare per la mia città, Sarajevo».

Tra nostalgia e rabbia: il dopoguerra

Dopo la guerra, l'oblio. Della zlatna generacija resta, incredibile, l'exploit della Croazia ai mondiali del 1998, quando si classificherà terza. Le due nazionali, quella Croata e quella "Jugoslava" (rappresentante, in realtà, la sola federazione di Serbia e Montenegro) sono destinate a incontrarsi, negli anni che seguono, solo una volta, durante le qualificazioni agli Europei del 2000.

In quell'occasione è la Jugoslavia Federale a spuntarla, dopo due pareggi (0-0 a Belgrado, 2-2 a Zagabria). In entrambe le partite, le squadre ospiti devono affrontare uno stadio gremito di supporter avversari. In questa cornice alla rabbia agonistica tra avversari fanno da contrappasso anche gesti di grande umanità.

A Belgrado, subito dopo l'inizio del secondo tempo, le luci si spengono per quasi quarantacinque minuti. I giocatori croati hanno paura, sanno che basta un'inezia perché si scatenino le violenze. In quel momento, sono i loro stessi avversari, serbi e montenegrini, che decidono di difenderli abbracciandoli.

Quella fu l'ultima occasione in cui le due nazionali si trovarono faccia a faccia. Da allora, se da un lato il calcio ricorda le divisioni politiche di quella che fu la Jugoslavia, dall'altro è diventato il veicolo più immediato per esprimere in modo intellegibile la propria nostalgia per un mondo che è scomparso.

Ivica Osim, sarajevese, è stato l'allenatore di quella nidiata di campioni che, a causa del conflitto, smise di giocare assieme. Il tecnico è sempre stato un convinto jugoslavista.

Incontrai personalmente Ivica Osim, quasi due anni fa, a Sarajevo. Da anni non allena più. Ha dovuto ritirarsi a causa di condizioni di salute sempre più precarie. Ora non gli è rimasta che la propria vena romantica, il carisma di un simbolo, uno dei pochi veramente condivisi, in tutta l'ex - Jugoslavia. Nonostante gli eventi, ha mantenuta intatta la sua fiducia nel calcio: uno sport, a suo modo di vedere, che unisce più persone di quante non riesca a separarne.

Avrebbe potuto essere il primo allenatore a ritornare con la coppa del mondo nel proprio paese, dopo i mondiali in Italia. Ma gli sfuggì la coppa e, poco dopo, non ci fu più nemmeno un paese in cui tornare. È un fallimento che, a quanto pare, non è mai riuscito a perdonarsi del tutto. «Mi capita spesso di ripensare a Italia '90», mi confidò «fummo così vicini, così vicini. Era solo calcio, e forse sono io a essere troppo idealista. Ma non posso impedirmi di pensare che, se allora ce l'avessimo fatta, forse nulla di tutto quello che avvenne in seguito sarebbe mai potuto accadere».

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