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PUTIN E LA CRISI DI CIPRO

L’ira di Vladimir Putin non ha tardato a farsi sentire. La ventilata partecipazione al salvataggio di Cipro tramite il prelievo forzoso dai conti corrente, che deve essere votato dal parlamento, è stata definita «ingiusta, non professionale e pericolosa». Il Cremlino ha cioè inscenato una difesa interessata di tutti gli oligarchi che ormai da anni hanno trasferito nel Mediterraneo la maggior parte dei loro asset e hanno riempito di liquidità le casse delle banche, nazionali e non, con sede sull’Isola. Sui circa 70 miliardi di dollari depositati nelle banche di Nicosia, quasi un terzo arriva dall’estero e circa 9 miliardi da Mosca e dintorni.

Sin dal crollo dell’Unione sovietica nel 1991 e durante il periodo delle privatizzazioni selvagge sotto Boris Eltsin, in cui i beni dell’Urss sono stati smembrati e finiti nelle mani di abili squali provenienti dai servizi segreti o dalle retrovie del potere, Cipro è diventata una delle destinazioni preferite per gli oligarchi usciti a tasche piene dal tunnel comunista. Già allora l’Isola rappresentava non solo un vicino e comodo porto offshore per ingenti capitali anche di dubbia provenienza, ma anche un punto di partenza per costituire società che poi avrebbero agito più liberamente sul territorio della Federazione russa. Anche negli anni successivi, nell’era Putin passata e attuale, le cose non sono mutate. Anzi, la classe media russa che è nata proprio sotto il nuovo Zar, ha seguito le orme dei grandi magnati facendo di alcune zone dell’isola di Afrodite una specie di dependance moscovita extralusso: sulla costa sudoccidentale dell’Isola, nei pressi di Paphos, i cartelli stradali e gli annunci immobiliari sono da tempo scritti in cirillico (e in cinese).

I dubbi sul flusso di denaro dalla Russia a Cipro non sono cosa nuova. Tanto Mosca quanto Nicosia sanno che non è mai stato controllato e che non è neppure completamente controllabile. Il fatto che parte delle vagonate di dollari siano di provenienza non proprio chiara è trapelato dalle stesse autorità russe, tanto che il governatore della Banca centrale Sergei Ignatiev ha recentemente affermato che nel 2012 oltre il 60% dei capitali esportati dalla Russia verso l’estero (circa 50 miliardi di dollari, 16 dei quali solo verso Cipro, di cui alcuni si sono 'fermati' come depositi e altri sono nuovamente usciti attraverso vari investimenti) potrebbe essere non proprio pulito.

La questione in questo momento sembra essere di secondaria importanza per Bruxelles, che in fondo chiede indirettamente un contributo alla Russia senza curarsi troppo della provenienza del denaro sui conti ciprioti. Ma è il Cremlino a essere è preoccupato. Le banche russe hanno aperto crediti non solo verso società russe registrate sull’Isola, ma anche verso istituti locali, per 40 miliardi di dollari complessivi: quattro volte l’importo del bailout e due volte il Prodotto interno lordo (Pil) di Cipro. È questo il punto che sta forse più a cuore di Putin, rispetto anche alla sorte dei patrimoni degli oligarchi che potrebbero trovare presto nuove vie di fuga, spostandosi verso altre oasi.

Agli occhi del Cremlino il prelievo forzoso appare un’espropriazione di stampo sovietico che nemmeno a Mosca sarebbe ormai tollerabile. E gli istituti di credito esposti su Cipro hanno fatto la voce grossa, tanto che il presidente ha sbattuto i pugni. Così, mentre verso l’aeroporto di Nicosia iniziano ad atterrare i jet privati con i piccoli e medi oligarchi in cerca di una soluzione e pianificare i trasferimenti, Putin e il capo di Stato cipriota Nikos Anastasiadis tengono stretti contatti in attesa che la situazione si chiarisca.
Nonostante i fuochi di artificio di lunedì 18 marzo e le dure reazione del presidente russo e del primo ministro Dmitrij Medvedev nei confronti dell’operazione forzosa sui conti. il Cremlino ha interesse che Cipro non affondi. Per Putin è strategicamente utile che chi è scappato dalla Russia per ragioni finanziarie e fiscali venga un po’ bacchettato, in quella logica nazionalista che il presidente ha accentuato sin dall’inizio del suo terzo mandato.

(Lettera 43)