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VIENNA, ULTIMA FERMATA

Non c'è solo la fuga di giovani dal Sud Europa verso la Germania, quella nobile da Spagna e Italia o quella proletaria da Romania e Bulgaria, a ridisegnare le dinamiche demografiche del Vecchio Continente al tempo della crisi. Un'altra emigrazione, più silenziosa e solo apparentemente più contenuta, comincia a prendere corpo lungo la direttrice est-ovest, nel cuore di quella che un tempo veniva chiamata Mitteleuropa.

Si muove lungo il filo del confine interno di quel che fu l'Impero austro-ungarico, laddove la cortina di ferro cadde per prima, nel maggio pieno di speranze del 1989, e segue i ritmi della crisi economica che ha investito Budapest. «Quando in Austria si dibatte di immigrazione, gli ungheresi appaiono raramente in primo piano», ha scritto lo Standard, «e a parte i titoli di prima pagina sui quotidiani popolari conquistati da eroi dello sport o da starlette dello show-business, la maggior parte resta invisibile all'opinione pubblica». Nella piccola repubblica alpina fanno più notizia i tedeschi, che irrompono con le loro lauree per occupare i posti vacanti nelle università, remunerati meglio che nella patria della Merkel, o i turchi e i serbi. Gli ungheresi, invece, arrivano in punta di piedi e stanno attenti a non fare troppo rumore.

In numero assoluto non costituiscono ancora una comunità molto solida ma, negli ultimi anni, hanno fatto registrare l'impennata più alta fra i vari gruppi di migranti: secondo l'ufficio di statistica preposto ai conteggi, nel 2011 più di 10 mila persone di nazionalità ungherese hanno trasportato armi e bagagli sul territorio austriaco. È l'altra faccia della crisi di Budapest, quella economica, che fa meno notizia sui giornali europei, tutti concentrati sulle forzature costituzionali del premier Viktor Orban, ma che spinge una generazione senza prospettive a cercare altrove una vita migliore, in Gran Bretagna, in Germania e ora anche in Austria.

Eppure l'Ungheria era uscita dalla Guerra Fredda con una marcia in più rispetto ad altri Paesi dell'ex blocco comunista: un sistema economico già pronto ad abbracciare le promesse del libero mercato, una società aperta alle influenze dell'occidente, un passato glorioso sul quale impiantare il nuovo ruolo nel cuore dell'Europa che la storia e la geografia sembravano assegnarle. E per un po' le cose sono andate nel modo sperato: investimenti dall'estero in gran quantità, un quadro politico pacificato e stabile, una burocrazia efficiente di stampo asburgico, una capitale sfavillante ed elegante da proporre a tutti come simbolo dello charme ritrovato.

Non è durato molto. Lentamente e inesorabilmente, come un vecchio campione appagato, l'Ungheria è scivolata sulla buccia di banana della crisi finaziaria del 2008, senza più riuscire a riprendersi. Né con gli aiuti dell'Unione Europea, né con quelli del Fondo monetario internazionale, con cui il premier Orban ha ingaggiato un duello rusticano che non ha prodotto alcuna inversione di tendenza. Il dato ufficiale della disoccupazione ha superato l'11% e come sempre colpisce soprattutto i giovani, il prodotto interno lordo registra ormai da anni solo numeri negativi. Si calcola che almeno un milione e mezzo di cittadini viva sotto la soglia di povertà, le tensioni sociali si scaricano anche sulle minoranze sinti e rom sempre più oggetto di violenze, la propaganda radicale di Jobbik, il partito di estrema destra, trova sempre maggiore seguito, specie in periferia. Le recenti forzature sul piano politico e istituzionale di Orban, oltre che poggiare sul clima polarizzato della politica ungherese, andrebbero lette anche alla luce dell'avvitamento economico del Paese.

Lo ha confermato anche lo Standard: «Si tratta di un'ondata migratoria storica quella che si diffonde oggi dall'Ungheria ed è da ricondurre alla crisi economica e politica che attraversa il Paese. Non è per nulla sorprendente che, in tempi difficili, sempre più cittadini oltrepassino il confine per insediarsi da questa parte. Era già accaduto in due momenti drammatici della storia ungherese: nel 1919, ai tempi della Repubblica dei consigli e nel 1956, dopo la rivolta contro i carri armati sovietici». Non è un caso che la maggior parte dei nuovi immigrati si sia insediata nelle regioni orientali austriache, più vicine alla madrepatria: Vienna, che in quanto capitale attira anche per le sue opportunità di studio e di lavoro, la Bassa Austria e il Burgenland, la regione collinare famosa per i vini nella quale già vive una grande comunità autoctona di origine ungherese.

Come sempre accade per cittadini dell'Unione Europea, è difficile quantificare in maniera esatta il numero di coloro che si sono trasferiti in Austria, perché molti continuano a mantenere la residenza ufficiale in patria. Secondo il governatore della banca centrale di Budapest, György Matolcsy, oggi i lavoratori ungheresi all'estero ammontano a mezzo milione dei quali, secondo il ministero dell'economia, almeno 50 mila sono in Austria. A questi vanno aggiunti i pendolari, lavoratori che vivono in Ungheria e quotidianamente attraversano il confine: anche in questo caso mancano cifre aggiornate, le ultime risalgono addirittura al 2008 e stimavano circa 10 mila lavoratori. Per i 10 milioni di ungheresi il futuro non prospetta nulla di buono: secondo tutte le previsioni degli organismi internazionali, le drastiche misure politiche prese da Viktor Orban non aiuteranno il Paese a uscire dalla crisi. È dunque ipotizzabile che la silenziosa fuga dei giovani verso l'Austria prosegua nei prossimi anni almeno con lo stesso ritmo.