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NIENTE EURO, SIAMO POLACCHI

C'era una volta il popolo più europeista del continente. Per vent'anni i polacchi hanno sostituito gli italiani nel ruolo di maggiori euroentusiasti. L'euforia per la libertà riconquistata andava di pari passo con la consapevolezza di dover sempre più stringere i rapporti con l'Europa: più la politica si indirizzava verso ovest, più si dissolvevano i fantasmi dell'est. Più si diventava di casa nei palazzi di vetro di Bruxelles, meno facevano paura i rocordi delle oscure stanze del potere di Mosca. Una strategia perseguita senza soluzione di continuità da tutti i governi che si sono succeduti dopo la fine del regime comunista, di destra, di centro e di sinistra, con l'eccezione del biennio nazionalista incarnato dai gemelli Kaczynski poco dopo la metà degli anni Duemila. Un'eccezione che confermava la regola: l'integrazione completa nelle strutture dell'Unione Europea era (ed è ancora oggi) il pilastro più solido della politica estera polacca. Tutto il resto (rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, esplorazione del mercato cinese, ambizione a un'unione del nord con i paesi scandinavi) discende da quel principio: Bruxelles è la retta via.

Sorprende così il risultato dell'ultimo sondaggio reso noto dall'istituto demoscopico Tns, secondo il quale la maggioranza dei polacchi è oggi contraria all'introduzione della moneta unica. Più del 50% degli intervistati non ha alcuna intenzione di rinunciare allo zloty, la valuta nazionale un tempo simbolo di debolezza e marginalità e adesso invece vista come un'àncora sicura contro instabilità e incertezza. Di più, fra i contrari cinque su dieci ritengono che un eventuale adozione dell'euro possa essere presa in considerazione non prima di dieci anni, il 37% la esclude invece per sempre. Gli ostinati favorevoli sono solo il 30%. Il prezzo per entrare nel club dell'Eurozona è considerato troppo alto: si teme di fare la fine della Slovacchia che, una volta ottenuto l'accesso all'euro, si è trovata a dover pagare per i pacchetti di salvataggio degli altri paesi in crisi, una vicenda che ha mandato a gambe all'aria il governo in carica. E si pensa che l'economia polacca, oggi una delle poche dell'Unione Europea a non conoscere venti di crisi, possa solo subirne dei danni.

Quella che fino a qualche tempo fa sembrava la soglia verso il paradiso è al momento vista come una porta verso l'inferno. Ma se la cattiva fama che ormai circonda l'euro giustifica in qualche modo l'esito del sondaggio, bisogna sottolineare che questa bocciatura non viene da un paese in crisi con cittadini stressati da politiche di austerità e di tagli della spesa pubblica ma da una delle poche tigri economiche rimaste a scorazzare per il continente. La Polonia ha attraversato tutti i rovesci degli ultimi anni (2008, 2011, 2012) mantenendo sempre un segno più davanti alla cifra del prodotto interno lordo e consolidando l'ascesa di piccole e medie imprese competitive e innovative. Ma anche a Varsavia la musica sta cambiando: sebbene anche per il 2013 sia prevista una crescita economica attorno al 2%, il suo dinamismo rallenta. Tutto il buono viene dai profitti delle imprese esportatrici, i consumi interni, una volta floridi come quelli italiani, si sono arrestati. E così la debolezza dello zloty è diventata una delle componenti (non l'unica) della forza dell'export polacco. Una moneta forte come l'euro darebbe una mazzata al settore.

Con l'ingresso nell'Unione Europea nel 2004, Varsavia si è però impegnata ad adottare la moneta unica nel momento in cui i criteri richiesti fossero stati raggiunti. Non è ancora il caso, ma manca poco. Secondo le stime di Bruxelles, le condizioni saranno rispettate nel 2015, fra due anni. La Germania preme, perché vorrebbe coinvolgere un paese sano e virtuoso. Inoltre l'assenza dall'Eurozona indebolisce il peso della Polonia nell'Ue e rallenta la sua ascesa come potenza regionale nel continente, nonostante i molti successi ottenuti negli ultimi anni. Per il premier Donald Tusk un bel dilemma: l'euro aumenterebbe il peso specifico del paese nell'Ue ma rischierebbe di porre fine al piccolo miracolo economico. E in più dovrebbe affrontare le elezioni legislative del 2016 remando contro la maggioranza dei suoi concittadini. Altri tempi quelli in cui ogni passo verso Bruxelles poteva essere vantato come un successo.