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Balcani, latte tossico

Rinvenute aflatossine nel prodotto. Lo scandalo è partito in Croazia, ma è in Serbia che ha assunto conseguenze politiche rilevanti. Belgrado sfida Bruxelles.

Villaggio abbandonato nella regione dei laghi di Plitvice, in Croazia (Archivio Rassegna Est)

Da qualche settimana i Balcani vivono nel terrore di chi vede allungarsi di giorno in giorno la lista delle marche il cui latte risulta contaminato da aflatossine, sostanze ritenute cancerogene. Molti produttori avrebbero immesso sul mercato dosi di sostanza eccedenti i limiti imposti dall'Unione Europea, pari a 0,05 microgrammi a litro (µg/l).

Zagabria ha inizialmente negato il "misfatto". Poi la verità è emersa e le aziende croate hanno ritirato dal mercato i loro prodotti.

In poche settimane, la notizia della scoperta di latte contaminato ha rapidamente fatto il giro della regione. Dukat e Vindija, aziende croate, sono state le prime coinvolte. La notizia sulla presenza di aflatossine nel loro latte è stata rivelata l'otto febbraio. Il governo inizialmente ha minimizzato il problema, dicendo che il prodotto incriminato era importato. Ma la realtà è venuta presto a galla.  Dukat, così, ha subito annunciato la propria decisione di bloccare gli acquisti di mais da 180 fattorie croate (le aflatossine sarebbero presenti nel mais, con cui le mucche si nutrono).

Dalla Croazia lo scandalo si è allargato alla Bosnia Erzegovina, alla Macedonia e al Montenegro. Ma è stata soprattutto la Serbia a trovarsi al centro dell'affaire. Una settimana dopo l'annuncio di Zagabria, più di cinquanta ditte produttrici serbe sono finite nello scandalo.

A Belgrado, così come a Zagabria, il governo ha soprattutto cercato in un primo tempo di tranquillizzare l'opinione pubblica e contenere, al tempo stesso, le perdite delle aziende produttrici). Goran Knezevic, ministro dell'Agricoltura, si è persino presentato di fronte ai giornalisti in conferenza stampa bevendo un bicchiere di latte per sottolineare l'assenza di ogni pericolo. «Questa storia – ha sottolineato – è un'invenzione dell'opposizione per screditare il governo».

La difesa di Belgrado nei confronti dei suoi produttori non sembrerebbe insensata. Le aflatossine rinvenute nel latte serbo (0,06 microgrammi) sorpassano a malapena i limiti previsti dalla legislazione europea, molto più severa che in altri paesi occidentali. Negli Stati Uniti il limite fissato è dieci volte più alto. Fino a qualche anno fa il livello di aflatossine, inoltre, erano normalmente molto più alto, a Belgrado e dintorni. Secondo alcune ricerche, infine, le aflatossine sarebbero pericolose solo in caso di un consumo di latte eccedente i quattro litri giornalieri.

Belgrado ha varato una norma che innalza la quantità di aflatossine per litro, adeguandola agli standardi statunitensi. L'Europa chiede il passo indietro.

Nessuno scandalo, quindi? Non proprio. Per la stampa, il governo serbo avrebbe dato prova ancora una volta della propria incompetenza, se non addirittura della propria malafede, dato che le autorità hanno ritardato di molto la decisione di ritirare dal commercio i campioni incriminati. Inoltre, nel mese di ottobre l'Italia aveva rifiutato una spedizione di grano serbo perché il contenuto di aflatossine era troppo elevato. «A cosa mi serve avere uno Stato, se non sono nemmeno sicuro che negli scaffali del supermercato non ci sia veleno?», ha scritto Boris Drenca sul sito di B92, emittente radiofonica belgradese.

Ma a lasciare ancora più interdetti è la recente scelta serba di innalzare il limite consentito di aflatossine nel latte. È stata infatti adottata una nuova legge che fa sua la disciplina americana, molto più permissiva, aumentando di dieci volte la quantità di aflatossine per litro. Bruxelles ha già chiesto alla Serbia di annullare il provvedimento. Ma per ora sembra che Belgrado non abbia intenzione di fare marcia indietro.

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