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La lunghissima marcia

La Bosnia deve emendare mille leggi, pena lo stallo nel processo di integrazione in Europa. Bruxelles e la Nato chiedono riforme. 

Bosnia, Sarajevo (Archivio Rassegna Est)
La zona ottomana della capitale bosniaca (Archivio Rassegna Est)

Mille leggi. Tante la Bosnia ne dovrà emendare se vuole agganciarsi al treno europeo. Lo ha precisato Renzo Daviddi, numero due della missione dell'Ue nel paese balcanico, durante le recenti sessioni del "Parliament of Europe", incontro a cui periodicamente partecipano parlamentari bosniaci, deputati delle due entità etniche del Paese (Republika Srpska e Federazione di Bosnia-Erzegovina) e funzionari europei. Daviddi ha segnalato che Sarajevo è in deciso ritardo sul fronte dell'integrazione europea e deve quanto prima riformare il suo ordinamento allo scopo di rispettare l'acquis communitaire. Emendando, appunto, mille norme.

La Bosnia è ferma da troppo tempo. Non si fanno riforme e i partiti puntano soltanto a blindare il controllo sui territori da loro amministrati.

I motivi della lentezza bosniaca dipendono dallo stato di coma profondo in cui, ormai da qualche anno, è scivolata la politica. I partiti, radicati nei loro interessi territoriali, faticano a trovare compromessi su temi decisivi ai fini dell'avvicinamento all'Ue. Ma, più che di fatica, è il caso di parlare di rifiuto. Le forze politiche rappresentative dei tre "popoli costituenti" della Bosnia, musulmani, serbi e croati, giocano a inventarsi paletti e a giocare la carta del veto. Un giorno sì, l'altro pure. A rimetterci sono i bosniaci. Anche se poi, s'è visto, continuano a dare il loro voto ai soliti noti.

L'ultimo stallo bosniaco è quello relativo alla modifica costituzionale che dovrebbe permettere anche a cittadini che non siano musulmani, serbi o croati, di correre per la presidenza o la Camera dei popoli, uno dei due rami del Parlamento. La revisione si rende necessaria sulla base della sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accolto nel 2009 il ricorso presentato da Jakob Finci e Dervo Sejdic, rispettivamente esponenti delle comunità ebraica e rom della Bosnia. I due si rivolsero ai togati europei per come l’attuale assetto istituzionale, sancito dalla pace di Dayton del 1995, configuri con l'esclusione dalla competizione elettorale di cittadini non appartenenti alle tre etnie principali una situazione di apartheid. I partiti non hanno posto rimedio - erano tenuti a farlo entro novembre 2012 - a questa faccenda, rimettendoci in chiave di integrazione comunitaria. L'Ue infatti ha congelato il processo di integrazione.

L'Europa ricorre alla tattica del bastone e della carota. Al momento, tuttavia, lo status quo sembra indistruttibile.

Bruxelles, tuttavia, non sta chiudendo la porta in faccia alla Bosnia. Malgrado la frustrazione per lo stallo politico, cui si aggiunge quella per la sfiducia recentemente incassata del governo della Federazione croato-musulmana, gli europei hanno lasciato la finestra aperta. E lo stesso sta facendo la Nato, il cui segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, durante una recente visita a Sarajevo ha da una parte apprezzato il contributo bosniaco in Afghanistan e dall'altra invocato la necessità di riprendere la strada delle riforme. La consapevolezza degli euro-atlantici è che lo stato di crisi economica attraversato dal Paese (stagnazione nel 2012), le battaglie politiche in corso e la fragilità delle istituzioni centrali, minate soprattutto dalle ampie prerogative della Republika Srpska, potrebbero soltanto aggravare la situazione nel caso in cui si decidesse di "mollare" la Bosnia. Bastone e carota, critica e stimolo: continua a essere questa, a quanto pare, la tattica occidentale. Certo è che Sarajevo, al momento, sembra incapace di schiodarsi dal torpore.

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