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Ultime stoccate di un euroscettico

Prima della fine del secondo mandato il presidente ceco Vaclav Klaus sta esibendo il meglio del suo repertorio eurocritico.

(Scritto per Europa)

(da klaus.cz)

di Matteo Tacconi 

Sloggerà dal Castello di Praga, sede della presidenza, a marzo. C’è rimasto dieci anni. Due mandati. Ma quest’ultima fase del soggiorno non sembra segnata dall’ordinaria amministrazione. No. Il capo di stato della Repubblica ceca Vaclav Klaus, prima dell’arrivo del nuovo inquilino Milos Zeman, vincitore del ballottaggio del 28 e 29 dicembre, sta tirando fuori il meglio del suo repertorio euroscettico. Sembra quasi che, prima di andarsene, voglia ribadire di essere stato, in questi ultimi anni, il più costante critico dell’Europa. Più dei torybritannici. Più di qualsiasi altro governante del vecchio continente.

L’altro giorno, alle celebrazioni del ventennale della Banca centrale ceca, ha per esempio raccomandato di demolire l’eurozona, contro la quale Klaus s’è sempre espresso fermamente contro. Eurolandia non funziona e dunque – questo il succo del suo intervento – sarebbe meglio che chi ci rimette tolga il disturbo, tornando al suo vecchio conio. «Disfare un’unione monetaria non è un’operazione senza costi; ma un’unione monetaria inadeguata può essere estremamente costosa», ha sostenuto, caldeggiando ancora una volta l’uscita della Grecia.

Klaus pensa che l'eurozona vada smantellata e che il fondo europeo salva-stati sia inutile.

Sempre a proposito di euro e dintorni, a dicembre Klaus s’è rifiutato di firmare la previsione aggiuntiva al Trattato di Lisbona che istituisce lo European Stability Mechanism, il cosiddetto fondo salva-stati. «È una cosa mostruosa e vergognosa». Così Klaus ha motivato il suo no. Che se da una parte non incide sul funzionamento del fondo, che impegna soltanto i membri dell’euro, dall’altra costituisce un messaggio molto negativo il drappello della valuta unica. Tant’è che il primo ministro Petr Necas ha tagliato corto. «La mossa di Klaus non ha senso. Con questo passo stiamo solo complicando la situazione dei nostri partner membri dell’eurozona», ha spiegato.

Klaus è euroscettico per natura, ma anche per calcolo politico. La critica all'Ue, talvolta irriverente, fa parte di un disegno per offrire un progetto politico alternativo.

Ma non finisce qui. A fine ottobre Klaus ha contestato anche l’unione bancaria. Un’inutile limitazione di sovranità, secondo il presidente uscente della Repubblica ceca. È proprio il tema dell’erosione delle prerogative nazionali dei singoli paesi europei, nella sua lettura negativa, la chiave del pensiero di Klaus e l’origine della sua vena polemica contro qualsiasi forma approfondita di integrazione. Perché questo comportamento? Due le spiegazioni possibili. Da un lato Klaus fa sua quella forma di timore verso ogni esperimento federativo che nell’Europa centro-orientale, in virtù alla lunga esperienza comunista e del conseguente desiderio di esprimere la propria sovranità nazionale una volta caduto il Muro, è abbastanza radicata. Tuttavia questo sentimento, che emerse nitidamente durante i negoziati in vista dell’adesione all’Ue e nelle prime battute della membership, è venuto un po’ meno. Stare in Europa, per cechi, polacchi, slovacchi, baltici e ungheresi, s’è rivelato infatti – certamente con intensità diverse – abbastanza conveniente. D’altronde per le piccole patrie dell’Est l’Europa è la migliore prospettiva di crescita e uno strumento che, se capito e bene adoperato, può persino permettere la soddisfazione degli interessi nazionali. Ma Klaus non la vede così. L’Europa, riferì al Sunday Telegraph a settembre, è un superstato che rischia di sgretolare le sovranità nazionali e annullare la democrazia.

L’euroscetticismo del presidente ceco – ecco l’altra spiegazione – ha anche una dimensione personale e politica. Klaus è l’emblema del bastian contrario. Gli piace stare fuori dal coro, tirare stoccate, spararla grossa e lasciare tutti a bocca aperta (a ottobre bollò come «uno scherzo» l’assegnazione del Nobel per la pace all’Ue). Fa parte della sua indole. Ma tutto questo, al tempo stesso, rientra in una chiara strategia politica, che punta a solleticare le corde dell’orgoglio nazionale e a macinare consenso presentando un’offerta alternativa e conservatrice.

Alle frasi irriverenti si affiancano le iniziative volutamente provocatorie. La più mediatica, senza dubbio, fu quella di non innalzare al Castello di Praga la bandiera dell’Ue, quando la Repubblica ceca assunse nel 2008 la presidenza semestrale del club comunitario. La cosa gli costò un clamoroso alterco verbale con l’eurodeputato verde Daniel Cohn-Bendit, durante il ricevimento presso il Castello. Volarono parole grosse.

C'è da credere che il presidente uscente continuerà a giocare un ruolo nella politica ceca e comunitaria. Anche se non dalla trincea delle istituzioni.

Difficile che, nei prossimi anni, si rivedano simili tenzoni. Il nuovo presidente ceco, l’ex primo ministro socialdemocratico Milos Zeman, ha un approccio molto meno ostile in merito agli affari europei e ha già detto che punterà a entrare nell’eurozona. E questo, in fine dei conti, non dispiace né ai cechi, né ai governi europei. Resta il fatto che Klaus non uscirà di scena. Sarà meno scomodo, perché senza potere (sarebbe davvero irrituale un impegno diretto in politica dopo la stagione al Castello). Ma nei panni dell’eminenza grigia del conservatorismo praghese, c’è da scommettere, continuerà a fare il libero battitore, a prendersela con il superstato europeo e l’euro, a negare il global warming. Già, perché uno dei suoi cavalli di battaglia è proprio il surriscaldamento globale. Il libro che sfornò sull’argomento nel 2009 ha un titolo che è tutta una provocazione, la solita: Pianeta blu in manette verdi.

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