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DOVE VA L’ECONOMIA TEDESCA

La lista di Wolfgang Schäuble doveva rimanere segreta, nascosta nei corridoi dei palazzi governativi, custodita nei cassetti del ministero delle Finanze. E invece è sfuggita dagli scrigni degli Arcana Imperii ed è finita sul sito dello Spiegel online, scatenando un putiferio politico. Si tratta della lista di misure che il governo di Angela Merkel sta preparando per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014: più tasse, meno spesa, tagli alle prestazioni sociali, specialmente quelle sanitarie, ulteriore slittamento dell'età pensionistica oltre gli attuali 67 anni. Una miscela di provvedimenti che dovrebbe far risparmiare alle casse dello Stato tedesco fino a 6 miliardi di euro: una sorta di austerity berlinese dopo che la cancelliera ha predicato per due anni un'analoga ricetta ai Paesi spendaccioni dell'Europa.

Ma il motivo per cui il lavoro di Schäuble doveva restare sotto traccia è che tra nove mesi in Germania si vota e con i pacchetti di risparmio le elezioni non si vincono, a Roma come a Berlino. Il governo vorrebbe annunciare quelle misure a fine settembre, a urne chiuse, per evitare di esporsi alle critiche dell'opposizione in piena competizione elettorale. Merkel ha programmato una campagna che viaggia su un doppio binario. Quello pubblico ricco di orgoglio e ottimismo per i successi economici di un Paese che ha finora attraversato la crisi dei suoi vicini senza avvertirne le conseguenze e quello privato, denso di preoccupazione per un futuro che non appare più così roseo. Ogni tanto i due piani si intersecano. Così, nel discorso televisivo di inizio anno (che in Germania spetta al cancelliere), accanto all'ormai ripetuto mantra propagandistico sul governo migliore dai tempi della riunificazione, Merkel ha anche annunciato un 2013 molto duro, nel quale gli effetti della crisi europea si faranno sentire anche sull'economia tedesca.

Ci si chiede dove si nasconda la verità: se nei dati che indicano Pil in crescita, tasso di disoccupazione in picchiata e esportazioni sempre a gonfie vele o nelle prospettive che annunciano nubi e turbolenze anche in terra tedesca. La risposta che hanno dato gli economisti, anche quelli che influenzano le politiche del governo, è nel mezzo: la Germania è solida ma del domani non v'è certezza, dunque meglio attrezzarsi per tempo.

I numeri del mercato del lavoro sono indicativi di una situazione solo apparentemente schizofrenica. Con i dati forniti a fine dicembre dall'Agenzia federale di Norimberga, la Germania ha festeggiato con il 6,8% il tasso medio più basso di disoccupazione dal 1990, anno della riunificazione: 10,7% nelle regioni orientali, 5,9% in quelle occidentali, con punte inferiori al 4% (di fatto piena occupazione) in Länder come la Baviera e il Baden-Württemberg. La media dei disoccupati registrata nel 2012 rimanda dunque agli anni d'oro della Germania Ovest e chiude il cerchio ventennale dell'integrazione dei lavoratori dell'est, orfani delle decotte fabbriche di Stato. Ma allo stesso tempo, proprio il dato mensile di dicembre ha segnalato un aumento dei senza lavoro di 88 mila unità rispetto al mese precedente, una spia che sembrerebbe dar corpo alle preoccupazioni per il futuro.

Non tutti gli istituti economici vedono nero. L'austero Hans-Werner Sinn, presidente del prestigioso Ifo-Institut di Monaco, ha snocciolato cifre più rassicuranti per il 2013: l'economia tedesca crescerà moderatamente dello 0,7%, non una grande performance ma pur sempre un segno più da non disprezzare mentre intorno infuria la crisi debitoria, la quota dei disoccupati crescerà in maniera quasi impercettibile stabilizzandosi attorno al 6,9% e anche il tanto temuto tasso d'inflazione scenderà ancora, dal 2% attuale all'1,6. L'industria terrà grazie alle esportazioni nei Paesi forti dell'Asia, dove la Germania è ben presente grazie ad una lungimirante politica diplomatica dispiegata dal sistema-Paese, il mercato del lavoro rimarrà vivace sfruttando l'onda lunga delle riforme varate dieci anni fa dal governo di sinistra di Gerhard Schröder che aveva anche lui una sua Agenda 2010.

Ma la grande paura si chiama Europa. La cancelliera non ha condiviso la recente ventata di ottimismo propagata dai suoi colleghi e dai vertici politici europei: la crisi non è alle spalle, il peggio non è passato e non si vede nessuna luce in fondo al tunnel. Le dichiarazioni dei vari Monti, Hollande o Van Roumpy sono state derubricate come proclami ad uso interno, il respiro dato dalle misure straordinarie di Draghi è considerato a tempo, oltre che costoso soprattutto per i contribuenti tedeschi. Nessuno dei motivi che, secondo Berlino, hanno scatenato la crisi dei debiti pubblici sono stati affrontati e risolti, così come l'Unione Europea è ben lontana dall'aver messo mano alle riforme istituzionali per sostenere le necessità dell'Eurozona: «È stato varato il fondo Esm e il patto fiscale», ha detto Merkel nella conferenza stampa prenatalizia con la stampa estera a Berlino, «ma bisogna arrivare al coordinamento dei bilanci, dei sistemi fiscali e all'unione bancaria». Obiettivi che trovano molta resistenza in Francia e che, ad esempio, sono scomparsi dal confronto elettorale in Italia.

Nessuno sembra preoccuparsene e a Berlino hanno l'impressione di esser rimasti soli a predicare più Europa nel deserto. Nel frattempo alcuni economisti danno per certo che la Grecia avrà bisogno di un nuovo sconto sul debito, che i mercati finanziari alla fine si stancheranno di credere ciecamente alle pozioni magiche della Bce e che l'inflazione comincerà a corrodere il valore dei soldi tedeschi.

Senza ritrovare competitività il vecchio continente è destinato a perdere la sua sfida e i tedeschi hanno compreso, forse in ritardo, che le conseguenze le pagheranno anche loro, nonostante la sponda dei mercati asiatici: «La crescita della Germania dipende da un'Europa florida», ha detto ancora Merkel, «perché qui ha sbocco il 60% delle nostre esportazioni». Ma serve un rimescolamento nella destinazione delle risorse: più soldi per l'istruzione e per gli investimenti, meno per uno Stato sociale che l'Europa, dati gli squilibri demografici che nei prossimi 15 anni trasformeranno la sua struttura sociale, non può più permettersi. A meno di tornare a crescere.

La Germania ha il vantaggio di aver cominciato a discutere su come farlo, a livello politico e di opinione pubblica. Ma le buone intenzioni restano per ora sullo sfondo, nei cassetti di Schäuble e nei rapporti degli esperti, almeno fino al voto di settembre. Fino a quel momento il doppio binario della cancelliera vedrà prevalere l'orgoglio di un governo che vive il paradosso di presidiare una fase economicamente felice senza averne diretta responsabilità, e il varo di qualche provvedimento ad hoc per gratificare la propria base elettorale, come quello recente che quasi per caso ha alleggerito per il 2013 la posizione fiscale dei redditi compresi fra i 400 e i 5800 euro mensili. Gli osservatori temono un'ulteriore stasi nel processo riformistico, un nuovo anno perduto dietro i timori elettorali dopo che il 2012 - anno che proprio Merkel aveva battezzato con enfasi come quello delle decisioni - si è risolto in un nulla di fatto.

(Pubblicato su Lettera43)