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Divorzio alla cecoslovacca

Quella tra Repubblica ceca e Slovacchia, sancita vent'anni fa, rimane la migliore separazione tra stati della recente storia europea.

(Scritto per Europa)

(Collectors Club of Great Britain)

di Matteo Tacconi 

C’è poco da dire. Il divorzio tra cechi e slovacchi, di cui oggi cade il ventesimo anniversario, è l’unica separazione mutuamente virtuosa della recente storia europea.  Negli ultimi vent’anni il vecchio continente ha visto numerose rotture, ognuna con il suo portato di problemi. La Jugoslavia si sfasciò nel peggiore dei modi, con la guerra. L’Ucraina, indipendente dal 1991, continua a subire l’ipoteca esterna di Mosca. Il Kosovo, sfilatosi unilateralmente da Belgrado nel 2008, non è padrone di una parte del suo territorio (il nord a maggioranza serba) e più della metà dei paesi membri dell’Onu non ne riconosce la sovranità.

Se il passato è denso di indipendenze problematiche, il presente spalanca alcune legittime preoccupazioni. C’è la questione catalana, che mina la tenuta della Spagna. C’è la Bosnia, la cui porzione serba – già dotata di una larga autonomia – pretende di staccarsi. C’è la Scozia, che è un’altra faccenda non proprio irrilevante.

Ma torniamo al punto di partenza: all’anniversario di oggi, alla fine della Cecoslovacchia. Davanti a questa sfilza di esperimenti già realizzati, in cantiere o solo minacciati, il divorzio tra Praga e Bratislava, che fu di velluto, come la rivoluzione pacifica che nell’89 portò Vaclav Havel a sbarazzarsi del comunismo, è un esempio di come due soci possano dividersi senza litigare, dando impulso a due vicende biografiche di successo.

Repubblica ceca e Slovacchia sono democrazie giovani ma compiute, con economie di mercato funzionanti. Non mancano di certo i problemi, ma la fotografia non restituisce troppe sfocature. Entrambi i paesi sono membri della Nato e dell’Ue. La Slovacchia anche dell’eurozona, dal primo gennaio 2009. L’ingresso in Europa ha fornito nuove opportunità e sia gli uni che gli altri, tutto sommato, hanno retto all’urto della crisi economica.

Dopo la separazione del 1993 ci furono degli strascichi di malumore. Ma sono stati assorbiti quando a Bratislava è finita l'esperienza di governo di Vladimir Meciar, abbastanza autoritaria.

Quanto alla cooperazione bilaterale, il risultato è più che buono. Dopo il divorzio del 1993 ci fu qualche anno di incomprensione, alimentato in modo particolare dalla coalizione isolazionista guidata da Vladimir Meciar, al potere a Bratislava tra il 1993 e il 1998. L’ex segretario di stato americano Madeleine Albright giunse a definire la Slovacchia «un buco nero nel cuore dell’Europa centrale». Dopo la fine dell’era Meciar il dialogo è decollato, fino a toccare gli odierni livelli di eccellenza. C’è piena convergenza quando si tratta di negoziare i bilanci dell’Ue. I rispettivi eserciti hanno una brigata mista in Kosovo e da qualche tempo si sono dotati delle stesse forniture logistiche e militari. L’ingresso comune nell’area Schengen ha inoltre potenziato lechance di collaborazione. Lo scorso ottobre, infine, il primo ministro ceco Petr Necas e l’omologo slovacco Robert Fico hanno siglato un accordo strategico molto ambizioso. Tra le altre cose s’è prospettata l’ipotesi di unificare il sistema di trasporto merci ferroviario e di creare uno spazio comune in tema di educazione.

E la gente? Non c’è rancore per come sono andate le cose vent’anni fa. Cechi e slovacchi si sentono cugini e come tutti i cugini si punzecchiano, senza però mettere in discussione i loro legami. La cosa su cui si recrimina è il modo in cui s’è staccata la spina alla Cecoslovacchia. Fu una decisione calata dall’alto e promossa dai due trionfatori delle elezioni politiche del 1992 a Praga e Bratislava, Vaclav Klaus e il già citato Meciar. In disaccordo sulla politica economica e desiderosi di governare senza forzature, siglarono l’accordo sul divorzio senza sottoporlo all’approvazione popolare, anche perché sarebbe stato bocciato.

A lungo il falso mito del cecoslovacchismo ha portato a credere che cechi e slovacchi fossero due rami di uno stesso popolo.

Qui potremmo aprire una lunga parentesi, tirando in ballo anche il miraggio delcecoslovacchismo, un dogma che per troppo tempo – parola di Vaclav Havel – portò a vedere cechi e slovacchi come due rami di uno stesso popolo, distogliendo l’attenzione dalle insofferenze che covavano nei meandri della società slovacca e dal paternalismo ceco.

La Cecoslovacchia poteva continuare a esistere? Forse sì. La sua fine è stata inevitabile? Probabile. Ma non ha senso guardare indietro. Il fatto è che la separazione del 1993 non ha causato traumi né da una parte, né dall’altra. È stato un divorzio pacifico. Di velluto. L’unico della recente storia europea.

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