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Fuga da Tychy

Fiat licenzia 1500 lavoratori dell'impianto polacco. Sindacati contro la scelta "politica" di Marchionne. Governo Tusk in difficoltà.  

(Scritto per Europa) 

Proteste alla fabbrica Fiat di Tychy
Proteste alla fabbrica Fiat di Tychy

di Matteo Tacconi

«Per decenni, i costruttori d’auto che volevano capire il segreto del successo delle vetture di piccola taglia visitavano Toyota City, in Giappone. Adesso vanno a Tychy». Scriveva così, il New York Times, nel 2009. Tychy, come nome, ormai è familiare al pubblico italiano. È la città polacca dove sorge la principale officina europea della Fiat. Che proprio tre anni fa era all’apice della sua parabola, con 600mila vetture sfornate e picco degli assunti: seimila persone. Mille delle quali ingaggiate nel 2008, anche grazie all’accordo per l’assemblaggio nei capannoni di Tychy della Ford Ka. Il terzo modello, dopo la 500 e la Panda, realizzato nella motown della Slesia, regione storica della Polonia, a sudovest di Varsavia. Dal 2011 ce n’è un quarto, anch’esso di piccole dimensioni. Si tratta della Lancia Y.

Oggi i fasti del 2009 sono lontani. Il mercato europeo dell’auto è crollato e Tychy ne ha risentito. L’output è calato a 350mila auto e nel 2013 dovrebbe contrarsi ancora. Le conseguenze hanno colpito inevitabilmente la manodopera, scesa sotto la soglia delle cinquemila unità.

Lavoratori e sindacati amareggiati con il taglio deciso dal Lingotto, percepito come una scelta "politica".

Tra qualche giorno arriverà un’altra dura mazzata: 1.500 licenziamenti, quasi un terzo degli attuali dipendenti. Il taglio, in questo caso, sembra avere poco a che fare con l’andamento del mercato. Almeno a sentire i sindacati polacchi e gli operai di Tychy, che lo imputano alla scelta “politica” di Sergio Marchionne, che ha voluto portare la produzione della Panda, nella sua rinnovata veste, in Italia. A Pomigliano d’Arco. Secondo le nuove condizioni organizzative volute dell’azienda. Sono state messe ai voti nel 2010 e i lavoratori, seppure senza percentuali bulgare, hanno detto sì.

Nei giorni scorsi l’autorevole quotidiano Gazeta Wyborcza ha pubblicato un articolo su Tychy, dando voce alla frustrazione dei lavoratori alla vigilia dei tagli e della chiusura definitiva delle linee di montaggio della Panda, a fine mese. Questo, volendo condensare, è quello che si pensa in fabbrica: «Abbiamo lavorato sodo, producendo modelli di successo. Da tutt’Europa hanno sempre elogiato l’efficienza dello stabilimento. Ma la Fiat ci toglie la Panda e manda a casa 1.500 persone, solo perché deve pacificarsi con l’Italia».

«La natura politica di questa decisione è evidente nelle stesse parole di Marchionne, che, a proposito di Pomigliano d’Arco, disse che il dovere dell’azienda era rilanciare la produzione in Italia, senza tenere conto del costo di questa operazione», spiega a Europa Andrzej Kublik, redattore di Gazeta Wyborcza. In effetti la Fiat, calcolatrice alla mano, sembra averci rimesso.

«A Pomigliano d’Arco ha dovuto fare un investimento tecnologico da 800 milioni di euro. A Tychy ne sarebbero potuti bastare 200. Senza contare che in Polonia il costo della manodopera è inferiore. Ma non è solo questo. A mio avviso Marchionne ha sciupato una grossa chancelogistica. Va ricordato che la Fiat ha un’altra fabbrica, a Bielsko-Biala, sempre in Slesia, dove si realizzano motori diesel e Twin Air (per questi ultimi la casata torinese ha beneficiato di aiuti statali). I motori e le macchine a breve distanza gli uni dalle altre: questo è un grande vantaggio», continua Kublik.

Da quanto la Fiat è in Polonia, ha ricevuto una lunga serie di incentivi e benefici.

I giornali, in questi giorni, snocciolano i benefici che la Fiat ha ottenuto in terra polacca negli ultimi vent’anni. L’azienda, tra le altre cose, non ha pagato imposte sul reddito e fino all’ingresso polacco nell’Unione europea ha importato componenti in regime duty free, per un valore di 600 milioni di euro. Senza contare che per l’acquisto dell’impianto di Tychy, avvenuto nel 1992, la Fiat scucì appena 1.800 zloty (oggi sarebbero 441 euro). Insomma, il senso è che la Fiat ha avuto tanto e ora lascia poco. Storia già sentita, a certe latitudini.

I sindacati sono preoccupati sulle modalità dei licenziamenti. L’azienda avrebbe comunicato che la decisione arriverà al termine di un processo che vedrà ogni lavoratore giudicato sulla base di criteri quali creatività, diligenza e voglia di perfezionare la propria qualifica. Wanda Strozyk, delegata del sindacato Solidarnosc, teme che alla fine verranno licenziati i dipendenti più anziani, perché i contratti dei giovani sono meno onerosi.

Nelle prossime settimane se ne saprà qualcosa di più. Si sta negoziando sul numero preciso dei tagli e sull’importo del Tfr (l’azienda propone di corrispondere diciotto mensilità). A Tychy ci saranno pure ricadute sull’indotto. Potrebbero perdere il lavoro, calcola il Financial Times, altre cinquemila persone.

E il governo polacco? Si trova senz’altro alle prese con una questione molto sensibile. Anche perché, sottolineano diversi commentatori, non ha fatto nulla per contenere in anticipo l’emorragia produttiva e dunque di posti di lavoro che la decisione di Marchionne, nota da tempo, avrebbe comportato. Ed è molto difficile che il premier Donald Tusk e i suoi collaboratori economici, checché se ne dica, riescano a convincere la Fiat a rilanciare gli investimenti in Polonia. I tempi non sono favorevoli.

I licenziamenti a Tychy si agganciano al rallentamento che il paese, dopo anni di importante crescita, sta iniziando a vivere.

Non basta. La faccenda di Tychy s’incrocia con il rallentamento che la Polonia, unica economia Ue a crescere nel corso della crisi, ha recentemente iniziato a registrare. La crisi dell’auto, uno dei comparti trainanti dell’export, rischia di appesantire la situazione. Mateusz Gruzla, suNewsweek Polska, ha scritto che se da un lato Fiat ha infilato il coltello nella schiena del governo (le parole sono esattamente queste), dall’altra Tusk e i suoi ministri hanno ignorato una situazione i cui sviluppi erano chiarissimi. Forse perché, viene da pensare, il boom vissuto in questi anni dal paese li faceva sentire in una botte di ferro? Forse.

Intanto, all’orizzonte, s’intravedono nuovi tagli in altri settori strategici controllati da colossi stranieri, come il bancario. Il primo ministro Donald Tusk, unico politico polacco a vincere due elezioni di seguito dopo l’89, potrebbe smarrire rapidamente il credito accumulato durante il “miracolo polacco”. Deve correre ai ripari. Ma, a quanto pare, non sarà così facile.

1 pensiero su “Fuga da Tychy

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