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La classe media abita anche a Est

(Pubblicato da Europa) Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca: tutti a prendere l'ascensore sociale. L'Europa ha fornito la spinta propulsiva. 

Galleria d'arte nel quartiere Praga (Archivio Rassegna Est)
Galleria d'arte nel quartiere Praga (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi 

Classe media. Emergente, declinante, in formazione, lower, upper e così via. Si può declinare in tanti modi. Ma lasciamo perdere le sfumature e inquadriamola semplicemente come il flusso magmatico di persone che dispongono di un reddito congruo, tale da permettere una vita dignitosa. Al limite, come fece l’Economist nel 2009, si può distinguere tra global e developing middle class. Tra chi fa valere ovunque questo status e chi, al momento, lo fa più che altro in patria. Ecco, la somma di questi due insiemi – lo disse sempre l’Economist e sempre nel 2009 – dà il dato strabiliante di questi ultimi anni: la middle class è diventato il segmento sociale più rappresentato del pianeta.

Ora, viene subito in mente il contributo di Cina, Brasile, India, Corea del Sud, Turchia, Russia e realtà emergenti dell’Asia indocinese. Ma c’è un altro spazio geografico, a noi più prossimo, che ha sperimentato la stessa surge: l’Europa centro-orientale. L’avanzata della classe media è il vero denominatore che accomuna questo eterogeneo plotone di piccole e medie patrie, con storie e culture solo apparentemente amalgamabili, incastonato tra Berlino e Mosca.

Oggi la maggioranza dei cittadini di questi paesi si sente in diritto di inquadrarsi in questo vasto schieramento, come spiega anche il nuovo numero di Visegrad Insight, bella rivista “cucita” tra Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia. I quattro paesi, appunto, che fanno parte della cosiddetta area Visegrad, foro di cooperazione nato dopo il crollo del Muro. Qualche numero. In Slovacchia si dichiarano esponenti della middle-class tre persone su quattro, stando a un sondaggio di due anni fa riportato da The Slovak Spectator. In Ungheria, almeno prima che la crisi iniziasse a piegare il paese, c’erano le stesse cifre.

Nel resto della regione, dove più (Repubblica ceca) e dove meno (Polonia), siamo su questi livelli. Il che fa riflettere. Più che di ascesa, è il caso di parlare di consolidamento della middle class. L’anno zero di questa storia è il 1989. Le shock therapy post-Muro, finalizzate a sancire il passaggio dall’economia centralizzata al libero mercato, comportarono grossi sconvolgimenti, creando una ristretta classe di nouveau riche e una larga sacca di vinti.

Le terapie d'urto seguite al 1989 hanno creato una classe di nuovi ricchi e allargato il bacino della povertà. Il processo di integrazione europeo ha progressivamente ammorbidito le disuguaglianze.

La centrifuga sociale è andata avanti per anni. Alti e bassi, scalate e cadute, fortune e sfortune. Ma intanto la classe media s’è ampliata. Anzi, è rinata. Quarant’anni di comunismo avevano fatto tabula rasa di colletti bianchi e piccoli borghesi, istituendo una versione fittizia di società mediana fondata sul livellamento e sul blocco degli impulsi individuali. L’ingresso nell’Ue ha decretato il salto di qualità, con l’accesso pieno ai mercati comunitari, nuovi investimenti dall’estero e il clamoroso boom dei commerci tra vecchia e nuova Europa, passati da 55 triliardi di dollari del 1995 agli attuali 222.

Nella ricostruzione della classe media è importante il ruolo dei giovani. Sia quelli trasferitisi dalla periferia alle città con una voglia matta di sfondare. Sia quelli – qui la Polonia diventa caso scuola – che si sono fatti le ossa all’estero dopo l’allargamento comunitario del 2004 e sono poi tornati a casa importando know-how e sete di futuro. Nel 2004 il tasso di disoccupazione a Varsavia e dintorni lambiva il venti per cento. Milioni di polacchi, tra loro tanti giovani, spesso laureati, approfittarono dell’ingresso nell’Ue per fiondarsi all’estero in cerca di un’occupazione. Hanno accettato impieghi umili, non in linea con i loro diplomi. Ma hanno potuto vedere da vicino come, nell’Europa ricca, specie a Londra, si mettono a frutto le buone idee. È così che quando la crisi finanziaria ha reso la permanenza all’estero non più remunerativa, i giovani polacchi sono in larga misura tornati a casa, attratti dalle nuove possibilità squadernate dalla crescita o decisi a lanciare una start-up.

I giovani sono la forza motrice dell'avanzata della classe media. Inoltre, mentre un tempo si guardava al modello dell'America way of life, oggi si sta cercando un altro riferimento culturale. Più in linea con le caratteristiche storiche dell'Europa centrale.

La prossima evoluzione? Già in corso. Le classi medie dell’Est stanno elaborando una propria forma di auto-rappresentazione, dopo una lunga fase di emulazione dei modelli occidentali. Si riscopre la tradizione commerciale ebraica, colonna portante delle classi medie dell’Europa centro-orientale del primo ’900.

Oppure si rilegge, depurandola da nazionalismi e vittimisti, la storia di marche di frontiera segnate da virtuose contaminazioni culturali e commerciali (se potete leggetevi il saggio “In Search of a Useful Past”, pubblicato da Visegrad Insight). Il mito dell’Ovest resta ancora tale. Ma il tempo dell’emulazione pedissequa è finito.

Non è finirà, invece, la corsa dell’Est. Neanche davanti alle previsioni pessimistiche sul mondo che verrà. Ruchir Sharma, capo della divisione mercati emergenti di Morgan Stanley, ha recentemente scritto su Foreign Affairs che i Brics e altre aspiranti tigri rallenteranno, nei prossimi dieci anni. Le eccezioni si conteranno sulle dita di una mano. Tra queste c’è la Repubblica ceca, che con la Corea del Sud sarà l’unico paese con Pil pro capite compreso tra i venti e i 25mila dollari a crescere. Anche la Polonia, che sta un gradino più sotto quanto a ricchezza individuale, dovrebbe continuare a espandersi. Logico aspettarsi che la classe media dovrebbe trarne giovamento.

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