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ANGIE FOR EVER

Un partito, un popolo, un capo. Anzi, una capa. Lo spettacolo che il congresso della Cdu ha offerto ad Hannover si è prestato a paragoni storicamente rischiosi: delegati compatti attorno al proprio leader, una scenografia costruita fin nel minimo dettaglio per celebrarne il consenso, un applauso artificiosamente protratto per 8 minuti, a beneficio dei media, il cui unico interesse sembrava essere quello di misurare se l'applausometro avrebbe varcato la soglia dei 7 minuti toccata nell'assise precedente. Tutto è andato come previsto, anche il voto finale, che ha incoronato Angela Merkel alla guida dei conservatori con quasi il 98% dei voti. Hannover come la Ddr di un tempo, con i delegati in piedi a spellarsi disciplinatamente e ritmicamente le mani per gli 8 minuti concordati e la cancelliera a ciondolare a destra e a sinistra agitando la manina come la regina d'Inghilterra.

Ma la Cdu non è un partito di plastica. È una formazione politica di lunga tradizione, ricca di fondazioni e riviste che ne elaborano la cultura politica e di politici che forgiano nella gavetta dal basso la loro carriera. C'è dunque qualcos'altro che sostanzia questo unanimismo inconsueto anche per un partito conservatore che in passato ha conosciuto altri leader forti come Konrad Adenauer e Helmut Kohl. «L'affermazione che la cancelliera padroneggi il più grande partito tedesco non è corretta», ha scritto la conservatrice Die Welt, «è più giusto dire che lei è diventata il partito. Quando la Cdu parla di Europa, di economia o di giustizia sociale, dice in fondo solo Angela Merkel. L'intera narrazione politica della Cdu si chiama Angela Merkel. Nessun ministro, nessun presidente di Land, nessun partner di coalizione gioca veramente un ruolo, neppure i contenuti. Per questo i cristiano-democratici soffrono poco le brusche sbandate programmatiche degli ultimi anni, dalla svolta energetica ai salvataggi della Grecia, dall'introduzione delle quote rosa alle proposte sul salario minimo: l'unica cosa rilevante è Angela Merkel, è lei che fa tutto. Un partito che ha avuto in passato un senso politico generalmente paternalistico, si è modernizzato in una sorta di matriarcato».

Oggi la dipendenza dalla figura della sua cancelliera è diventata totale, la sua icona essenziale: i conservatori sarebbero poca cosa senza di lei e i sondaggi sono lì a confermarlo. Una simbiosi gravida di incognite per il futuro, ma dalla quale oggi la Cdu non può scindersi. Anche perché il futuro sembra non arrivare mai: «Il congresso di Hannover non ha celebrato solo l'incoronazione di Merkel come candidata alle prossime elezioni», ha scritto la Süddeutsche Zeitung, «ma anche il sogno del suo eterno governo».

Tutto è apparso come una favola natalizia. «E d'altronde dicembre è il mese in cui negli asili e nelle scuole viene addobbato il presepe», ha proseguito il quotidiano bavarese, «e la Cdu si è fatta prendere la mano da questo clima. Ha inscenato il suo congresso come un presepe per Angela Merkel. Ognuno ha avuto il suo ruolo, a ognuno era assegnato il posto giusto, qua e là erano distribuiti i pastori, le pecore e addirittura gli angeli osannanti. C'era soprattutto la consapevole attesa che anche gli elettori vorranno prendere parte al presepe, seguendo come i re magi la stella cometa della cancelliera e offrendo il prossimo anno i loro opulenti doni: così tanti voti da permettere alla Cdu di governare ancora per il bene del Paese».

Così il partito si è ridotto a vivere solo dello splendore del suo leader: «Nessuna sorpresa, dunque, che anche a un partito di massa in trasformazione come la Cdu non sia rimasto altro che ossequiare la sua cancelliera», ha commentato la Frankfurter Allgemeine Zeitung. La Cdu non ha oggi alternative e con Angela Merkel è ritornato forte come non accadeva da lungo tempo: «Ma il giorno in cui la stella della cancelliera comincerà a spegnersi, apparirà evidente il vuoto che si è creato attorno al suo vertice, un vuoto che già oggi dovrebbe preoccupare i conservatori almeno quanto la domanda su come fare a riconquistare sindaci nelle grandi città».

E i contenuti? Il discorso programmatico di Angela Merkel è finito quasi in secondo piano rispetto alla scenografia congressuale. Anche perché in questo caso, la stella cometa della cancelliera ha brillato con meno efficacia. Non ci sono state grandi novità rispetto agli interventi più recenti nei dibattiti del Bundestag e anche l'unico argomento che sembrava dividere i delegati (l'equiparazione fiscale delle coppie omosessuali a quelle matrimoniali) è stato liquidato senza grande passione. «Riguardo alle sfide dei prossimi anni, dalla crisi europea alla svolta energetica fino alle trasformazioni demografiche che metteranno sempre più pressione allo Stato sociale, Merkel ha fornito diagnosi corrette ma terapie troppo vaghe», ha sintetizzato lo Spiegel.

È mancato anche l'accenno a una strategia di riforme tipo quella avviata dal suo predecessore Gerhard Schröder con l'Agenda 2010. Quel che sarà si può solo intuire osservando il percorso politico della cancelliera: «Ha esordito sull'onda di un turbo-liberismo che prometteva lo smantellamento del welfare state, ma poi ha governato in maniera socialdemocratica sia con la Grosse Koalition che con i liberali e, in caso di necessità, governerà in maniera socialdemocratica anche con i Verdi». C'è da attendersi un moderato riformismo pragmatico, fatto di piccoli passi ma senza grandi visioni. Un marchio di fabbrica del quale, per ora, conservatori e maggioranza degli elettori tedeschi sembrano soddisfatti.

(da Lettera43)