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IL FANTASMA DI BELA BISZKU

La scena dell'arresto è indicativa del personaggio. Quando i poliziotti sono entrati nell'appartamento di Budapest del 91enne Bela Biszku, per notificargli l'accusa di crimini di guerra in merito all'uccisione di almeno 50 ungheresi durante la rivolta del 1956, lui non li ha degnati di uno sguardo. Ha fatto depositare le carte sul tavolo, ha firmato l'ordinanza di arresti domiciliari e, alla domanda di rito se avesse qualche dichiarazione da fare, ha risposto scuotendo la testa. Rischia la pena di morte. Ma a 91 anni la morte è una compagna quotidiana, quel che conta è solo il passato. Per Biszku, il passato da preservare è quello del comunismo staliniano, cui ha dedicato la sua vita politica e il suo lavoro di storico revisionista.

L'emendamento alla legge sulle responsabilità negli avvenimenti del 1956, introdotto dal governo monocolore di Viktor Orban lo scorso anno, ha dato carta bianca alla procura di Budapest per riaprire i fascicoli di 56 anni fa e procedere contro i responsabili della repressione che costò la vita a 20 mila ungheresi. L'accusa di Biszku è circostanziata: come membro del comitato ristretto del partito comunista, diede l'ordine di sparare contro i manifestanti a Budapest e a Salgotarjan, una cittadina di 40 mila abitanti nell'Ungheria settentrionale. Rischia anche l'incriminazione per interferenze nei procedimenti giudiziari che seguirono la rivolta, compresi quelli che si conclusero con la condanna all'esecuzione: in tutto vennero giustiziati 226 rivoluzionari.

«L'imputazione è una pietra miliare della giustizia ungherse», ha detto il procuratore Tibor Ibolya, e in qualche modo non esagera: Bela Biszku, che è l'ultimo superstite del gruppo dirigente stretto attorno a Janos Kadar dopo la destituzione di Imre Nagy (il primo ministro delle riforme), è anche il primo ad essere stato incriminato dalla svolta democratica di 23 anni fa. Probabile che Biszku si appunti questa primizia al petto come una medaglia al valore: tre anni fa venne interrogato dalla polizia dopo aver ribollato pubblicamente i rivoltosi del 1956 come «controrivoluzionari» e, di recente, aveva creato scompiglio durante una trasmissione televisiva dichiarando che i suoi atti di allora erano perfettamente legali, che non aveva rimpianti e che Nagy, impiccato nel 1958, la sua fine se l'era in fondo cercata.

Stalinista tutto d'un pezzo, Bela Biszku toccò il vertice della carriera politica proprio grazie ai meriti acquisiti nell'opera di repressione della rivolta. Fu nominato ministro degli Interni dal 1957 al 1961, guidando con pugno di ferro i servizi segreti dell'epoca e diventando l'eminenza grigia della restaurazione sotto l'ombrello sovietico. Dal 1961 al 1962 avanzò di grado e affiancò Kadar come vice primo ministro, dal 1962 al 1978 sedette stabilmente alla segreteria del Comitato centrale del partito. Il ritorno kadariano alla destalinizzazione verso la fine degli anni '60 non gli andò giù e nel 1972 tentò di organizzare un putsch contro il suo primo ministro cercando appoggio in una sua vecchia conoscenza: Jurij Andropov, ambasciatore sovietico a Budapest proprio nel 1956. Un passo falso: Andropov, nel frattempo alfiere dell'ala riformista da cui sarebbe uscito un decennio dopo Michail Gorbaciov, avvertì Kadar e per Biszku iniziò un lento ma inesorabile declino. Dal 1989, anno della caduta del regime, le sue uscite pubbliche sono diventate rarissime. Al riparo delle sue quattro mura, ha provato testardamente a restituire credibilità e gloria a un'idea scomparsa, mentre tutto il mondo attorno cambiava velocemente.

Ora le luci gli ripiombano addosso all'improvviso, a pochi giorni dal suo 91esimo compleanno. L'Ungheria è lontana dall'essere quel Paese ormai collaudato alla pratica democratica immaginato dai riformatori che, per primi, nel 1989 riavvolsero il filo spinato della cortina di ferro. La battaglia politica attuale è rovente, le riforme costituzionali di Orban sono finite sotto la lente di Bruxelles, la crisi economica non allenta la presa, il Fondo monetario è sempre alle costole e dal cuore malato del Paese è esploso un bubbone nazionalista e xenofobo che si è incarnato nelle divise brune dello Jobbik. La situazione sociale è molto tesa, la convivenza con le minoranze sinti e rom precaria, la tentazione di passare alle maniere spiccie trova spesso consenso in una fascia di ungheresi terrorizzati dall'improvviso impoverimento.

È il dramma da cui non riescono a staccarsi molti Paesi dell'ex Europa dell'Est, anche di quelli già entrati a far parte dell'Ue, nei quali le difficoltà della prassi democratica e dell'assenza di un consenso politico di fondo trasformano la normale competizione fra partiti in una guerra all'ultimo sangue. Dopo la svolta, quasi tutti i nuovi e vecchi protagonisti hanno avuto convenienza a chiudere il più in fretta possibile la pagina del passato. In questo scenario, anche i pur legittimi conti con la storia rischiano di diventare materiale di scontro politico o strumento per dirottare l'attenzione dei cittadini dai gravi problemi quotidiani. Le leggi sulla Lustracija in Repubblica ceca, Polonia e Slovacchia, mirate a far luce sulle complicità di burocrati e politici con i vecchi regimi, si sono spesso rivelate cacce alle streghe, utilizzate per scopi assai meno nobili di quelli dichiarati.

Gli osservatori del caso Biszku si chiedono come mai la giustizia ungherese si sia ricordata solo adesso di processare il vecchio carnefice del '56. La risposta della procura è che solo adesso la legge lo permette. Non sfugge tuttavia che siano stati i parlamentari dello Jobbik a chiedere nei mesi scorsi a gran voce l'incarceramento di Biszku. Il processo andrà avanti, in parallelo con quello contro il 97enne Laszlo Csatary, il macellaio del ghetto di Kosice che organizzò la deportazione degli ebrei ad Auschwitz. I crimini di guerra non hanno data di scadenza: cosa buona e giusta, se solo la politica tenesse le mani lontano dal fuoco.

(da Lettera 43)