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BERLINO, ADDIO AL TACHELES

Adesso è finita davvero: alle 8 del mattino del 4 settembre, due camionette della polizia si sono presentate di fronte all'ingresso sgangherato del Tacheles con in mano il foglio di sgombero. Per ventidue anni dopo la caduta del muro, l'edificio ha rappresentato il centro della vita artistica alternativa di Berlino. Si può dire che il Tacheles se n'è andato in silenzio, dopo aver fatto rumore per quattro lustri. C'erano più giornalisti che uomini dell'ordine. Nessuno ha opposto resistenza, gli ultimi artisti hanno abbandonato la scena portandosi appresso i pochi quadri e le poche sculture che erano rimaste, inscenando solo una protesta simbolica: il lancio dalle finestre delle petizioni inutilmente firmate nei mesi passati contro la chiusura del centro e un happening un po' triste sul marciapiede antistante. C'era il sole, almeno.

Pochi metri più avanti, i vetri a specchio di un albergo moderno riflettevano il mogio andirivieni sulla Oranienburger Straße, piccolo antipasto di quel che avverà domani, quando la HSH Nordbank, attuale proprietaria dell'immobile, avrà trovato il nuovo investitore. Si parla di un altro albergo o di un palazzo per uffici. Berlino aspira a diventare una capitale moderna, ma rischia così di perdere il fascino ribelle che l'ha finora distinta e resa famosa nel mondo. La città che non si ferma mai ha nel suo Dna la spasmodica tendenza a divorare se stessa e il suo passato, ma il nuovo avanza facendo il verso a un'urbanistica standardizzata. Il rischio è già divenuto realtà qui a Mitte, nel cuore della capitale riunificata, dove edifici in vetro e cemento procedono inglobando gli spazi vuoti tanto amati dalle telecamere di Wim Wenders e ingoiando palazzi che hanno segnato epoche storiche.

Il Tacheles è stata una galleria d’arte moderna, messa su nel 1990 da un gruppo di artisti anarchici in un palazzo malandato destinato alla demolizione. Negli anni è divenuto un centro sociale e un atelier di creativi, un luogo di mostre, un cinema per pellicole indipendenti, un laboratorio teatrale sperimentale, uno spazio di discussione sul futuro della città, un caffè, lo Zapata, con pasto completo a otto euro. Nacque per impulso dell'effervescenza che pervadeva la Berlino liberata dal Muro: il nome, di derivazione yiddish, richiamava la censura ai tempi della Ddr. Tacheles vuol dire “parlar chiaro”, cosa proibita ai tempi del regime.

E di regimi, questo edificio costruito in 15 mesi, fra il 1907 e il 1908, dall'architetto del Kaiser Franz Ahrens ne ha visti sfliare tanti. Faceva parte di un complesso più grande, passato alla storia con il nome di Friedrichstraßenpassage, perché collegava con una galleria la Oranienburger Straße alla Friedrichstraße che le scorre quasi parallela: ingressi su due lati, stucchi sfarzosi e una grande cupola in cemento armato. Fu il centro commerciale più fastoso della Berlino di inizio Novecento. Vi si insediarono i leggendari magazzini Wertheim fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Dopo i lavori di restauro post-bellici, divenne il punto espositivo del colosso elettrico Aeg, poi ci arrivarono i nazisti, i nuovi padroni, che ci piazzarono gli uffici del Deutsche Arbeitsfront, il sindacato unico di imprenditori e lavoratori, e più tardi quelli del catasto centrale delle SS. Nuovo regime, nuove divise. Nel 1948 prese possesso degli uffici danneggiati dai bombardamenti il sindacato comunista Fdgb, l'organizzazione che raggruppava le 15 sigle sotto cui si articolavano le categorie dei lavoratori della Ddr e, nelle cantine sottostanti, si intrufolarono i soldati dell'Armata del popolo.

Negli anni Settanta una commissione decretò l'instabilità dell'edificio. Una prima parte venne abbattuta e i piani urbanistici prevedevano una strada di collegamento tra le due vie unite prima dalla galleria e la completa demolizione del palazzo nel 1990. Cadde prima il Muro: un gruppo di artisti raccolti attorno all'Iniziativa Tacheles occupò l'edificio rimasto vuoto. Era il 13 febbraio 1990, due mesi prima del programmato intervento delle ruspe. Gli artisti si diedero da fare, colorarono le pareti, trasformarono i calcinacci in figure artistiche e ottennero una nuova perizia che ne certificò la staticità.

Nei vent'anni successivi il centro è stato frequentato da artisti come Henry Arnold e Régine Chopinot, Sebastian Hartmann e Matthias Merkle, Felix Ruchert e Christoph Winkler. Ne hanno calcato le scene i professionisti dell'Orphtheater e hanno suonato i loro strumenti i musicisti della Detsche Symphonie-Orchester di Berlino. Gli anni Novanta hanno rappresentato il periodo d'oro del Tacheles, che era riuscito a imporsi alle polemiche (mai mancate) come la fucina principale della controcultura berlinese e ad attirare pittori, scultori, coreografi, attori desiderosi di sperimentare inedite forme espressive. Poi il lento declino, di pari passo con una lunga controversia giudiziaria con i diversi proprietari che si sono succeduti nel tempo, fatta di scartoffie e denunce, insolvenze e ricorsi, accomodamenti e tentativi di sgombero. L'ultimo contratto (prezzo di affitto simbolico 1 marco a metro quadrato, 50 centesimi di euro) era scaduto nel 2008. Da allora il destino è apparso segnato. Molti artisti avevano traslocato altrove, i politici non sono riusciti a spendere altro che dichiarazioni di circostanza e la vicenda ha assunto i contorni tipici di una controversia privata. Scemata l'aura artistica, il Tacheles era comunque rimasto meta di un flusso di turisti inarrestabile: 400 mila all'anno, in gran parte giovanissimi.

Gli ultimi moichani, che silenziosamente hanno raccolto le proprie opere di fronte a composti poliziotti, riapriranno bottega a Neukölln, il quartiere più problematico di Berlino che sta provando con varie iniziative a cancellare la sua fama criminale. La cittadella artistica emigra fuori dal centro, che non sa più che farsene dei suoi utopisti. «Via il Takeles, via il sindaco Wowereit», grida un capellone in maglietta nera. È l'ultima maledizione.