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CAPELLO ZAR A MOSCA

Dopo Luciano Spalletti a San Pietroburgo, la Russia ha arruolato uno dei grandi allenatori italiani. Questa volta non si tratta di un club, ma della nazionale, che sarà guidata sino al Mondiale in Brasile del 2014 da Fabio Capello. Poi si vedrà. Se don Fabio a Mosca diventerà zar è una questione ancora tutta da vedere, quello che è certo è che ormai il malandato calcio postsovietico si sta trasformando in una delle piazze più ambite e dinamiche del Continente.

Non si tratta solo di una questione di rubli, che dalle casse della Federazione e dei club maggiori scorrono generosamente per chi si prende la briga di venire da queste parti ad allenare, ma anche delle condizioni di un sistema che per diversi fattori risulta sempre più attraente per chi arriva dalle esperienze nei Paesi d’Europa dove il calcio è lo sport nazionale e forse qualcosa di più. In Russia non è così, anche se è facile intuire che con l’assegnazione del Mondiale del 2018 qualcosa probabilmente cambierà. Per ora in ogni caso il pallone ha una tradizione meno consolidata dell’hockey su ghiaccio e del basket, da sempre gli sport più popolari sin dai tempi dell’Unione sovietica. Le pressioni economiche e mediatiche sono certamente minori in Russia che non in Italia, Spagna o Inghilterra, dove il calcio e suoi miliardi sono i protagonisti assoluti, mentre tutto il resto rimane in secondo e terzo piano.

A Mosca il calcio è uno sport come un altro, i dribbling di Andrei Arshavin sul campo esaltano le folle meno delle piroette sul ghiaccio di Evgeni Plushenko, ed è forse anche per questo che qui si può lavorare con una certa tranquillità rispetto ad altri posti. È un po’ la storia di Spalletti sulla sponde della Neva (due scudetti di fila a San Pietroburgo e un contratto fino al 2015) e quella dei due predecessori olandesi di Capello sulla Moscova. Guus Hiddink e Dick Advocaat non sono certo riusciti a compiere miracoli, ma se non altro hanno contribuito a rilanciare il calcio russo sul piano internazionale, sia sul piano dell’immagine sia su quello del gioco.

Il merito della crescita sul piano interno è da distribuire tra chi si è messo a investire nei club secondo il modello occidentale, dall’oligarca Suleiman Kerimov dell’Anzhi all’onnipresente Gazprom dello Zenit. Se la Premier liga dunque cresce non lo fa però a dismisura e le squadre in grado di competere nelle arene europee si contano sulle dita di una mano. Se alle già citate si aggiungono il Rubin Kazan e i tre team di Mosca (Cska, Lokomotiv e Dinamo) si esaurisce da un lato il movimento a caratura internazionale, dall’altro si evidenzia anche come il potenziale di crescita sia enorme. E fra qualche anno arriverà all’allineamento con gli altri tornei d’Europa.

Come negli Anni 80 la mecca è stata l’Italia e successivamente Spagna e Inghilterra hanno agganciato e sorpassato la serie A offrendo sempre campionati più ricchi e spettacolari, così la Russia vuole crescere nella stessa direzione, anche attraverso la cooptazione delle stelle straniere. Se per i giocatori è ancora troppo presto, almeno per i campioni o presunti tali nel pieno della loro carriera - ora arrivano i giovani in cerca di esperienza e gli scarti sudamericani che non ce la fanno in Europa - per gli allenatori il discorso è diverso. E il caso di Capello lo conferma. L’ex commissario tecnico dell’Inghilterra ha ricevuto anche la benedizione di Nevio Scala, uno dei primi a prendere la via dell’Est, prima alla corte del miliardario ucraino Rinat Akhmetov, presidente dello Shakhtar Donetsk, poi proprio a Mosca alle dipendenze del Cska. Entrambe le volte si è dimesso anzitempo. A zar Fabio miglior fortuna. Il primo appuntamento è quello delle qualificazioni per il Mondiale brasiliano, che scattano il 7 settembre con l’esordio casalingo contro l’Irlanda del Nord, compito più che abbordabile per partire con il piede giusto. Più difficile il resto: la Russia è nel gruppo 6 e se la dovrà vedere per il primo posto con il Portogallo per evitare gli ostici spareggi. Il Brasile aspetta.

(Lettera 43)