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Condannati all’Europa

Oggi e domani vertice europeo. Unione bancaria, amalgami fiscali, eurobond al centro del dibattito. E l'Est, come la vede? I paesi un tempo oltre cortina oscillano tra l'euroscetticismo ceco e l'europeismo pragmatico dei polacchi, ma sanno, nessuno escluso, che non possono rinunciare all'Europa, né sfilarsi dall'obbligo di aderire alla moneta unica.  

(Nella foto, galleria d'arte al quartiere Praha di Varsavia - autunno 2011) 

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No, no e poi no. No a una maggiore regolazione del sistema bancario, no a supervisioni europee sugli affari finanziari dei singoli stati e no a tutte le misure, eurobond inclusi, che verranno discusse oggi e domani al vertice europeo. Il primo ministro ceco, Petr Necas (nella foto con David Cameron), è stato chiaro. Ha annunciato, ieri, che il suo paese non ci sta. Punto.

La cosa non stupisce. Non è la prima volta che la Repubblica ceca manifesta simili orientamenti. Basterà ricordare che Praga è l’unica capitale europea, insieme a Londra, che non ha firmato il fiscal compact. Il che la dice lunga sull’approccio seguito dai cechi. Che è più euroscettico che “tedesco”, oseremmo dire. C’è da dire, comunque, che non tutti sono schiacciati su questa posizione, suggerita dal presidente della repubblica Vaclav Klaus, storico sostenitore di un’Europa minima. Il ministro degli esteri Karel Schwarzenberg vede favorevolmente le ricette integrazioniste. Il che potrebbe comportare l’indebolimento – se non addirittura la caduta – di un esecutivo già in forte difficoltà, complice una recente serie di pasticciacci tangentizi.

Nel resto dell’Europa centroorientale che aria tira? In generale c’è minore nettezza e più flessibilità. La Polonia, il paese di stazza maggiore dell’area, ha sposato la causa dell’europeismo pragmatico. Più Europa va bene e fa bene (grazie ai fondi strutturali e alla libertà di circolazione delle merci e delle persone), ma troppa Europa rischia di impattare negativamente sulle prerogative e sugli interessi nazionali. È questa, grosso modo, la visione del governo conservatore-moderato al potere, guidato da Donald Tusk. Che al vertice Ue, c’è da credere, appoggerà con una certa convinzione le proposte unioniste.

Il primo ministro di sinistra della Slovacchia, Robert Fico, alterna grandi aperture a qualche preoccupazione. «Siamo favorevoli a una maggiore integrazione fiscale, economica e bancaria, così come agli eurobond », ha detto in questi giorni, facendosi al contempo portavoce di una perplessità sentita in tutto il versante centro-orientale dell’Ue. La cosa da evitare – così Fico – è che le banche dell’Europa occidentale, in difficoltà, tolgano liquidità alle loro controllate dell’Est.

Il panorama, negli altri paesi della “nuova” Europa, ormai non più così nuova, è più o meno lo stesso. C’è chi vuole accelerare l’integrazione, chi si mantiene prudente e chi fa un po’ il populista (è il caso degli ungheresi).
Ma tutti, da Vilnius a Bucarest, sanno che non si può fare a meno dell’Ue. Qualche numero, per rafforzare il concetto. L’87 per cento dell’export slovacco va nei paesi dell’Europa pre-allargamento, un terzo di quello ceco viene assorbito dalla sola Germania, che è la prima partner commerciale della Polonia.

Tutti sanno, inoltre, che prima o poi si dovrà entrare nell’euro, non solo perché l’adozione della moneta unica è un obbligo derivante dai trattati d’adesione. È che stando in eurolandia si può contare di più e uscire da una dimensione ancora un po’ marginale. Ma la prospettiva dell’euro non è così allettante, al momento. Polacchi e ungheresi ripetono che entreranno solo quando saranno pronti e nel momento in cui passerà l’attuale tempesta. Comprensibile.

Però, guardando alle esperienze di Slovacchia, Estonia e Slovenia – tutte e tre nell’eurozona, tutte e tre colpite duramente all’inizio della crisi, tutte e tre capaci di recuperare rapidamente grazie alle loro economie aperte e all’effetto ombrello dell’euro – i dubbi si diradano. Almeno un po’.

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