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La crisi piega Putin

Sprofonda il rublo, si fatica a calamitare investimenti dall'estero e a modernizzare un'economia troppo legata all'export energetico, con il prezzo del petrolio che sta peraltro scendendo. Mosca è in difficoltà. Ma più che sulla Cina, dov'è stato in visita fino a oggi, Putin punta sulla cooperazione con gli occidentali. Scenari a analisi sulla situazione economica russa. 

(kremlin.ru)
(kremlin.ru)

di Matteo Tacconi
Scritto per Europa

I russi, da un po’ di tempo, non propongono più di renderlo convertibile e di farne una valuta di riferimento negli scambi internazionali. Ma neanche di usarlo come moneta dell’unione euro-asiatica promossa da Vladimir Putin. Il fatto è che il rublo oscilla un po’ troppo e non ha senso nutrire ambiziosi così importanti, se poi viene a mancare la necessaria stabilità. Il rublo sta facendo come l’ottovolante: sale e scende. Ma più che altro scende.

Prendi la bruttissima caduta di questi giorni, in cui la divisa russa ha toccato il punto più basso, rispetto al dollaro, da tre anni a questa parte. Soltanto nel mese scorso s’è deprezzato dell’11,7 per cento, sempre nei confronti del bigliettone verde. Simili valori non si vedevano dal 2009, quando la Russia fu investita in pieno dalla crisi, vide la sua economia barcollare e il suo conio perdere nel giro di pochi mesi il 35 per cento del valore.

Adesso la storia si ripete, dopo una fase di stabilizzazione progressiva, con l’eccezione dello scivolone registrato nell’agosto del 2011, quando sulla scia di alcune nerissime giornate a Wall Street e sulle piazze finanziarie europee il rublo colò a picco.

L’oro nero luccica di meno
Fossero finiti qui, i problemi. Il prezzo del petrolio sta scendendo, dopo che alla vigilia della terza ascesa di Putin al Cremlino pareva dovesse salire, mettendo le ali a Mosca, la cui economia è fortemente vincolata all’export delle materie prime. Per il Wall Street Journal, avanti di questo passo i minori introiti legati al petrolio potrebbero alimentare l’ulteriore indebolimento del rublo, sommandosi a un altro tallone d’Achille: gli investimenti diretti dall’estero. Mosca fatica a calamitarli. Nei primi quattro mesi dell’anno c’è stata la fuga di 42 miliardi di dollari di capitali.

Insomma, la questione è che la Russia è molto vulnerabile e non è detto che il debito pubblico, ottimamente contenuto, basti a rafforzare gli argini. La debolezza attuale, se dovesse virare verso uno stato cronico, avrebbe inoltre ricadute sul piano politico, dove a prescindere dalla vittoria plebiscitaria alle elezioni del 6 marzo scorso, Putin non è combinato così bene, quanto a consenso. Peggio ancora va Russia Unita, il partitone putiniano, che qualcuno vorrebbe sciogliere e rifondare sotto altro nome.

Il potere non è tranquillo. Sente la pressione della crisi e quella della piazza. È forse questo il motivo per cui martedì notte, durante una sessione pazzesca della Duma, scandita dall’ostruzionismo accanito delle opposizioni (cosa mai vista prima), Russia Unita ha approvato nuove misure anti-protesta che prevedono multe salate per i manifestanti? Forse sì.

La Cina? Non così vicina 

Vladimir Putin deve risolvere la grana economica. Guardando sia al breve che al medio termine. A questo è servita la tre giorni di Pechino, che si chiude oggi. Il capo dello stato russo ha siglato con la controparte cinese accordi sull’aviazione, l’information technology, la ricerca spaziale e i trasporti. Non manca all’appello l’energia. Che già oggi serve a fare cassa (dal 2011 la Russia rifornisce direttamente la Cina attraverso una pipeline lunghissima) e servirà, in futuro, a blindare un cliente con i fiocchi, vista la sua insaziabile sete. Però non sono tutte rose e fiori. Nel senso che se sul fronte petrolifero ci sono già rifornimenti in corso, su quello del gas si stenta a mettere nero su bianco.

Il sito di Rt, emittente televisiva russa, riporta che le due delegazioni non hanno raggiunto l’intesa sulla compravendita di oro blu, di cui si discute da tempo. La tariffa di Mosca è troppo alta per Pechino, la proposta di Pechino è troppo bassa per Mosca.

La discussione, infinita e infruttuosa, non è soltanto un braccio di ferro tra chi vende e chi acquista. È diventata, bensì, una della metafore di una relazione complessa. La crescita dell’interscambio e le periodiche esercitazioni militari congiunte non traggano in inganno: Mosca e Pechino, sotto sotto, diffidano l’una dell’altra. Pesano le dispute ideologiche al tempo del comunismo, la guerra di frontiera del 1969 e soprattutto – qui veniamo ai giorni nostri – la paura della Russia che la Cina, non affatto immune da tentazioni egemoniche, inizi a dare troppo fastidio in Asia centrale e giunga a dettare legge sulla Siberia orientale, così distante dal centro del potere federale.

Il Cremlino guarda a ovest

Gli analisti che resistono alla suggestione dell’asse sino-russo dicono – non a torto – che il punto di riferimento di Mosca rimane l’Occidente. Malgrado le menate continue di Putin contro Washington, i rapporti burrascosi con la Nato e il dialogo altalenante con l’Ue. L’approccio muscolare del grande capo e dei falchi che ciondolano a corte dipende dal fatto che la Russia è orgogliosa e deve rimarcare costantemente la sua non assimilabilità ai paradigmi liberali dell’Occidente, ai sensi della dottrina della “democrazia sovrana”, coniata da Vladislav Surkov, architetto del putinismo. Ma i rapporti con l’Occidente sono prioritari, nell’ottica di Mosca.

Perché l’economia russa è più legata a quella occidentale che non a quella cinese. Perché gli europei non possono privarsi dei rifornimenti energetici russi e perché i russi, da parte loro, hanno bisogno della tecnologia e degli investimenti occidentali, se vogliono modernizzare il loro sistema economico e raddrizzare la baracca. Uno scambio che la Cina non può dare.

Il Grand Tour di Vladimir

Putin, prima di andare a Pechino, ha effettuato altri tre viaggi. Il primo in Bielorussia, dopo l’inaugurazione della presidenza, avvenuta il 7 maggio. Subito dopo s’è recato a Berlino e Parigi. La decisione di andare a Minsk, prima che in Europa, può essere vista come la volontà di privilegiare i rapporti con i vari giardinieri del cortile di casa. Ma più che gesto di sfida strafottente, è stata forse una provocazione studiata, dietro la quale si cela un’ammissione indiretta di debolezza e una richiesta d’aiuto: non siamo messi bene, abbiamo bisogno della vostra cooperazione e della vostra tecnologia. La riprova sono gli accordi sulle esplorazioni nell'Artico, tra la compagnia di stato Rosneft e l’americana Exxon, l’italiana Eni e la norvegese Statoil.

In cambio gli europei potrebbero esortare Putin a dichiarare guerra alla corruzione e alla pesantezza elefantesca della burocrazia, che strangolano crescita e respingono gli investimenti. Nonché chiedergli, già che ci sono, di allentare la morsa e il controllo sull’opposizione. Sarebbe la volta buona.

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