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Perché Belgrado non fa paura

La vittoria di Tomislav Nikolic alle presidenziali in Serbia ha lasciato perplessi molti osservatori, memori del pedigree ultranazionalista del nuovo capo dello stato. Che però, negli ultimi anni, ha rotto con i vecchi schemi, cercando di entrare nell'alveo del conservatorismo di destra e sostenendo la prospettiva europea. "Toma" non è più il brutto e cattivo di una volta, insomma. 

(Scritto per Europa)

Belgrado, cittadella Kalemegdan (Archivio Rassegna Est)
Belgrado, cittadella Kalemegdan (Archivio Rassegna Est)

Ci sono due Tomislav Nikolic. Uno è quello che fino al 2008 è stato il numero due del Partito radicale (Srs), forza oltranzista e ultranazionalista, fondata nel ’91 dall’ex paramilitare Vojislav Seselj, che i togati del tribunale dell’Aja stanno processando con l’accusa di crimini di guerra.

Se si guarda a questo Nikolic è normale nutrire dubbi sul pedigree del nuovo presidente serbo, eletto domenica sera a sorpresa, dopo che i sondaggisti avevano assicurato che Boris Tadic avrebbe conseguito il terzo mandato. Qualcuno, una volta acquisiti i risultati definitivi, ha parlato di «ritorno al passato» o previsto una nuova «instabilità nei Balcani». Altri si sono chiesti: «Ma quando finisce la notte? ».

Ma c’è anche un altro Nikolic: quello che nel 2008 ha lasciato l’Srs, conscio che i radicali, con quella piattaforma, non avrebbero mai vinto un’elezione presidenziale (quell’anno Nikolic perse di misura con Tadic), né formato un governo, malgrado quasi sempre, negli ultimi anni, abbiano ottenuto la maggioranza relativa dei voti. L’operazione compiuta da Nikolic è stata quella di uscire dall’Srs e creare una nuova formazione politica, il Partito progressista (Sns), cercando di configurarla – qui ricorriamo a categorie occidentali – come una moderna forza conservatrice di destra, favorevole all’integrazione europea.

È stato un vero e proprio big bang. All’interno della destra, come della politica serba. Perché Nikolic, portandosi dietro il grosso dell’elettorato del Partito radicale (rimasto fuori dal parlamento al voto dello scorso 6 maggio), ha trasformato l’offerta politica. La contesa tra i moderati e la destra, diversamente dai precedenti, non s’è giocata sul classico schema – a favore o contro l’Europa – che aveva spinto la gente a dare la presidenza ai candidati non radicali e i partiti rappresentati in parlamento a sancire una conventio ad excludendum che tenesse i radicali all’opposizione.

Certo, ci sono altri fattori che spiegano la vittoria di “Toma”. Uno è l’alta astensione, determinata dagli elettori moderati che, delusi da Tadic, sono rimasti a casa. C’è tuttavia da credere che sarebbero accorsi alle urne, se Nikolic fosse stato quello di una volta.

Diciamoci la verità: il nuovo presidente serbo non fa tutta questa paura. La sua campagna elettorale non è stata affatto apocalittica e l’ingaggio di Rudy Giuliani come consigliere per le elezioni amministrative a Belgrado (comunque sia perse) è un’ulteriore prova del cambiamento dell’ex braccio destro di Seselj.

A chi conservasse ancora forti sospetti, va ricordato che il nuovo capo dello stato non potrà né impedire la consegna dei criminali di guerra alla giustizia (tutti presi durante la presidenza Tadic); né ostacolare il dialogo con l’Europa, che resta l’unica strada da percorrere, come lui stesso ha peraltro ribadito subito dopo l’elezione, cercando di rassicurare Bruxelles.

Quanto al Kosovo, con Tadic non c’è tutta questa differenza. Nikolic sarà più netto, mostrerà più muscoli, non si piegherà ai piccoli compromessi mediati dall’Ue. Questo però dipende dalla formazione del futuro governo. Se il Partito progressista riuscirà a creare e guidare una coalizione Nikolic sarà il regista principale del paese, come lo è stato Tadic negli ultimi quattro anni. Altrimenti – se democratici e socialisti dovessero allearsi nuovamente, il che è più probabile – sarà costretto a rispettare la costituzione e a fare il notaio. Dunque, niente paura.

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