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L’OPPOSIZIONE SI SQUAGLIA

Al di là del solito balletto delle cifre - 25 mila secondo gli organizzatori, 10 mila per la polizia - la manifestazione organizzata il 10 marzo a Mosca dall’opposizione è stata la più fiacca degli ultimi tre mesi. Considerando che dopo quella già andata maluccio di lunedì 5, all’indomani della vittoria di Vladimir Putin, questa doveva rilanciare la protesta contro i brogli più recenti, per nuove elezioni parlamentari e presidenziali e a favore di radicali riforme è evidente che il potenziale antiregime si sta spegnendo. Non certo definitivamente, ma la tendenza che si è vista a partire da febbraio, quando Alexei Navaly aveva promesso di portare in strada un milione di persone e si era dovuto accontentare di qualche decina di migliaia, è proseguita inesorabilmente.

Se la tornata del 4 marzo doveva essere il nuovo punto di partenza per un’opposizione più organizzata, unita e combattiva, a una settimana di distanza i sogni sono rimasti tali. Non ci volevano a dire il vero dei profeti per pronosticare un esito del genere, bastava guardare da un lato i sondaggi dello zar in crescita a partire da dicembre in concomitanza con l’inizio delle proteste e dall’altro la diversità delle anime antiputiniane, troppe diverse e rumorose per reggere il confronto e convincere la maggioranza silenziosa dei russi a combattere per una battaglia non condivisa. Il fatto che le irregolarità alle urne non siano state certo decisive e le cancellerie occidentali abbiano riconosciuto la vittoria netta di Vladimir Vladimirovich - ultimo in ordine di tempo proprio il presidente americano Barack Obama - ha messo una pietra sopra ogni speranza degli irriducibili che chiedono a Putin di farsi da parte.

Lo zoccolo duro si è inoltre ulteriormente ridotto: se in realtà la partecipazione popolare è stata tutto sommato sempre contenuta (e l’opposizione extraparlamentare a base di rock e fantasia ha ottenuto una rilevanza mediatica non corrispondente alla sua reale consistenza e diffusione all’interno della società russa), sono comparse ora le prime frizioni tra i leader.
Inutile dire che durante le ultime manifestazioni, non si sono visti i perdenti ufficiali della sfida con lo VVP, vale a dire il comunista Gennady Zyuganov, il nazionalista Vladimir Zhirinovski, il socialdemocratico Sergei Mironov e soprattutto l’oligarca Mikhail Prokhorov. Quest’ultimo, che sette giorni fa aveva annunciato di voler continuare a dar fastidio al Cremlino, ha ricevuto infatti un’offerta direttamente dai piani alti per una sua entrata nel prossimo governo. Il miliardario, che a Mosca ha ottenuto il 20% delle preferenze dietro solo al 50% di Putin, potrebbe quindi fare presto il salto, oltrepassando le barricate e andando a collaborare con il futuro presidente e il prossimo primo ministro (che potrebbe non essere necessariamente Dmitri Medevedev come concordato quasi sei mesi fa, ben prima che iniziassero le proteste). Un’ipotesi non nuova e che confermerebbe quello che del terzo uomo più ricco di Russia si è sempre vociferato e cioè che sia un progetto funzionale al Cremlino.

È salita la tensione anche tra l’ala moderata, guidata da Grigori Yavlinski e Vladimir Ryzhkov e gli oltranzisti come Sergei Udaltsov, capo del Fronte della sinistra. Che liberali e anarcocomunisti non fossero completamente compatibili non è proprio una sorpresa: è stato il collante antiputiniano e tenere insieme sino ad ora personaggi antitetici messi nello stesso pentolone dai mainstream media occidentali.

Nell’insipida minestra i giovani ribelli si distinguono se non altro per la loro ottimistica buonafede e così le parole di Udaltsov («Le proteste continueranno, solo la piazza, solo le masse possono ottenere il cambiamento») e quelle di Ilia Yashin («La nostra è una maratona, in alcuni momenti si tira il fiato») possono continuare a tenere in vita l’opposizione che si muove tra la piazza e il web; appaiono invece patetici i tentativi di Mikhail Kasyanov (ex premier, detto Misha 2% per la quota sulle tangenti) e Garry Kasparov (ex campione di scacchi convertitosi alla politica con poco successo) di mobilitare le masse: insieme a Boris Nemtsov, altro reduce dei tempi di Boris Eltsin bocciato dalla storia, tentano da 10 anni di rientrare nel grandi giochi di palazzo, non sono mai riusciti però a mettersi d’accordo nemmeno tra loro a fondare un movimento unico. L’annuncio dato qualche giorno fa di voler unire le loro forze e presentarsi coesi a improbabili elezioni anticipate autunnali appare come l’ennesimo amo gettato al vento al quale non abboccherà quasi nessuno.

È così insomma che si presenta la situazione all’inizio del regno di Putin III: Vladimir può dormire sonni tranquilli visto che i muscoli dei suoi avversari, imbottiti di qualche anabolico mediatico di breve effetto, si sono sgonfiati da soli.

(Lettera 43)