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CHI, SE NON PUTIN?

La chiave per capire perché Vladimir Putin sia destinato a entrare per la terza volta al Cremlino sta nello slogan della grande manifestazione di giovedì 23 febbraio a Mosca. Allo stadio Luzhniki di Mosca, i suoi sostenitori scandivano: «Chi, se non Putin?». Una domanda retorica per la maggioranza dei russi che il 4 marzo deve recarsi alle urne per scegliere il nuovo presidente della Russia. Secondo l'ultimo sondaggio dell'istituto Levada, il 66% dei votanti ha intenzione di dare fiducia all’attuale premier: agli altri candidati restano solo le briciole. Il leader comunista Ghennady Ziuganov è dato al 15%, l'ultranazionalista Vladimir Zhirinovski all'8%, l'oligarca Mikhail Prokohorov al 6%, mentre il capo del partito Russia Giusta Serghiei Mironov è al 5%.

L’ipotesi di costringere lo Zar al ballottaggio ha perso forza negli ultimi giorni, anche se rimangono alcuni indecisi e per il responso si deve attendere l'apertura delle urne. Un po’ di speranza rimane ancora per l’opposizione extraparlamentare che domenica 26 febbraio vuole chiamare a raccolta tutto il fronte antiputiniano di Mosca nell’ultima grande manifestazione a una settimana dal voto. L’idea è costruire una lunga catena umana lungo la circonvallazione interna della capitale, un grande cerchio bianco - come l’hanno battezzato gli organizzatori - per dare addio all’inverno politico e chiedere l’inizio di una nuova epoca per la politica russa.

Queste sono le intenzioni. La realtà si preannuncia diversa, dato che il ritorno di Putin al Cremlino non è davvero in discussione, e questo significa che per i prossimi sei anni le riforme del sistema possono esserci, ma sono in programma con il contagocce.

Putin, dopo una campagna condotta attraverso i canali televisivi e dopo aver consegnato i programmi per il prossimo mandato alle pagine dei giornali, è sceso per la prima volta in piazza il 23 febbraio. Meglio, è sceso nello stadio, nel grande show organizzato dal suo Fronte popolare. Oltre 100 mila persone, dentro e fuori il Luzhniki, erano lì ad acclamare il vecchio e futuro presidente in nome della Russia. Un corteo e un comizio nel giorno dei Difensori della patria, una festa che una volta celebrava i militari e che oggi è dedicata a un po’ tutti gli uomini, in una sorta di risposta all’8 marzo femminile.

Lo Zar nel suo discorso ha insistito sulla difesa della nazione dai pericoli interni ed esterni, segnale chiaro per chi vorrebbe una destabilizzazione della Russia, più debole sulla scacchiera internazionale. Retorica preelettorale per strappare qualche voto ai due candidati che lo inseguono spingendo proprio sulle questioni nazionali, Zhirinovski e Zyuganov, ma anche messaggi neanche troppo trasversali a chi secondo lui spera di vedere avvolta Mosca nel fumo di una rivoluzione arancione.

«Noi oggi siamo i difensori della patria. Ci siamo ritrovati per dire che amiamo la Russia. Insieme a noi vi sono decine di milioni di cittadini. Tutti insieme siamo pronti a lavorare per il bene della patria, a lavorare e a difenderla», ha detto Putin, che non si è risparmiato in paragoni storici recuperando la difesa di Mosca nel 1812 da Napoleone. «Respingeremo ogni tentativo di intromettersi nei nostri affari interni. Noi seguiamo la nostra volontà. Noi siamo un popolo di vincitori, ce l’abbiamo nel Dna e lo trasmettiamo di generazione in generazione», il messaggio del premier.
E poi spazio anche al programma che ha in mente per il Cremlino: «Dobbiamo superare i numerosi problemi che ci affliggono: l’ingiustizia, la corruzione, la prepotenza dei burocrati, la povertà e la disuguaglianza. Chiediamo a tutti di non guardare oltre frontiera, di non deviare dalla giusta via, di non tradire la patria, ma di essere con noi per lavorare tutti insieme per la patria e per il popolo. Quest’anno celebreremo il bicentenario della battaglia di Borodino».

Il patriottismo di Putin e il paragone con la Russia di Alessandro I che sconfisse Napoleone potrebbero sembrare fuori luogo a tanti, soprattutto fuori dal Paese e anche tra l’opposizione che ha i suoi bastioni proprio a Mosca e in parte anche a San Pietroburgo. Il giorno dei Difensori della patria è fatto però per questo e dello stesso tenore sono stati i comizi dell’opposizione istituzionale, quella che sta anche in parlamento, cioè comunisti e nazionalisti. Zyuganov e Zhirinovsky hanno radunato un paio di migliaia di persone e chi ha lanciato tuoni e fulmini più di loro contro i presunti attacchi alla Russia è stato Sergei Kurginyan, anchorman del primo canale televisivo statale (famoso il suo programma Processo storico con Nikolai Svanidze) e promotore del movimento antirivoluzionario Sut vremeni (Essenza del tempo).
Per Kurginyan le proteste antiregime sono parte di un complotto straniero e a Mosca non deve arrivare il nessun vento arancione. Al momento pare che il pericolo non sia comunque davvero dietro l’angolo, ma al Cremlino conviene scaldare gli animi in vista del voto.

(Lettera 43)