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LA BENEDIZIONE DI KIRILL

Per 70 anni, l’unico credo dell’Unione sovietica è stato il comunismo. Finiti i tempi dell’ateismo di Stato e delle chiese rase al suolo, negli ultimi 20 anni la Russia ha conosciuto il risveglio della Chiesa ortodossa. E l’importanza elettorale dei suoi 100 milioni di credenti. I patriarchi Alessio II (dal 1991 al 2006) e, dopo la sua morte, Kirill, hanno ripreso in grande stile la tradizione dei rapporti idealmente armonici tra Chiesa e Stato. Se negli Anni 90, con Mosca impegnata a non cadere nel baratro, Boris Eltsin ha avuto altro a cui pensare e non a tessere rapporti strategici con Alessio II, lo scorso decennio il premier Vladimir Putin ha affiancato al rafforzamento del Cremlino sulla scena internazionale l’alleanza interna con la Chiesa, sia con lo storico patriarca sia con il suo attuale successore.

La strategia ha dato buoi risultati: prova ne è che Kirill ha recentemente lodato il primo ministo per il suo «grandioso ruolo» nel portare il Paese fuori dalla crisi, quasi benedicendo la sua elezione al Cremlino il 4 marzo, dato che «è colui che di certo ha le maggiori possibilità di tradurre la sua candidatura in una carica reale» e gli ultimi 12 anni sono stati per la Russia «un miracolo».
E non è certo un caso che il premier e futuro capo di Stato all’inizio di gennaio abbia svelato di essere stato battezzato in gran segreto ai tempi di Joseph Stalin, un gesto per quei tempi quasi rivoluzionario.

Vera o no, la scelta di Putin di comunicare il suo battesimo durante questa fase delicata per la Russia è in ogni caso funzionale alla campagna elettorale e si adatta bene in ogni caso al premier, la cui immagine di vero credente va al di là delle questioni politiche. Coi tempi che corrono, e per ripararsi dai rivoluzionari che non lo vorrebbero più presidente a Mosca, ma pensionato nel buen retiro di Soci, è meglio ribadire la propria fede e ricevere in cambio l’appoggio del patriarca. Le strategie di Putin e di Kirill vanno infatti di pari passo: la rinascita della Russia e il suo ruolo dominante nel mondo ortodosso è l’obiettivo comune, che va al di là anche dei confini della Federazione.

Il caso dell’Ucraina, dove dopo l’indipendenza da Mosca nel 1991 anche la Chiesa ortodossa ha avuto le sue fratture con la scissione e la creazione di diversi patriarcati, è esemplare. A Kiev si mobilitano infatti i nazionalisti ogni volta che Kirill fa visita alla Pecherska Lavra (l’antico monastero sulle rive del Dnepr), accusando il patriarca di essere in missione per conto del Cremlino e voler colonizzare l’Ucraina.

La priorità di questi giorni è però soprattutto quella sul fronte interno e l’armonia tra Putin e Kirill si è notata anche quando il capo della Chiesa russa ha accolto con stizza la lettera ricevuta a gennaio da Boris Berezovsky, l’oligarca che ha trovato rifugio a Londra dopo essere stato prima mentore e poi nemico giurato del premier. Nella missiva si chiedeva di cambiare radicalmente posizione e di battersi per una rivoluzione ai vertici dello Stato.
Berezovsky si è rivolto a Kirill invitandolo a «favorire il cambiamento senza spargimento di sangue» e a «prendere il potere dalle mani di Putin e darlo in maniera pacifica, saggia e cristiana al popolo». Da Mosca sul Tamigi non sono arrivate risposte ufficiali, se non il consiglio al magnate di occuparsi dei propri affari, a partire dai processi con l'altro oligarca londinese, restato però vicino a Putin, Roman Abramovich.

L’alleanza strategica tra Stato e Chiesa appare dunque ben salda, anche se resta da vedere quello che può succedere nelle urne, fermo restando che la rielezione del premier non è in pericolo (l’ultimo sondaggio Vciom di domenica 5 febbraio indica il 53% di possibilità che Putin possa essere il vincitore già al primo turno). L’elettorato fortemente religioso è quello maggioritario nelle piccole città e nelle campagne, mentre nelle metropoli come Mosca e San Pietroburgo il fattore ortodosso gioca sicuramente un ruolo secondario.

(Lettera 43)