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PUTIN, L’ONU E TARTUS

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu è forse l’unico posto dove la Russia può ancora dimostrare di essere una potenza mondiale e non solo regionale o euroasiatica. Il veto riservato a Mosca, come agli altri quattro membri permanenti, è un retaggio della Seconda Guerra mondiale e degli equilibri tra vincenti e sconfitti di allora, che vale ancora oggi. L’assetto della Guerra fredda (Usa, Gran Bretagna e Francia da un parte, Russia e Cina dall’altra) era sfumato nell’ultimo decennio su molte questioni, ultima della quali la guerra in Libia. Ma è ritornato d’attualità con il niet del Cremlino, accompagnato da quello di Pechino, a una risoluzione comune sul dossier Siria.

La posizione russa - espressa da Sergei Lavrov, il maestro della diplomazia di scuola sovietica, per 10 anni ambasciatore alle Nazioni unite e dal 2004 nella scuderia del premier Vladimir Putin - è quella classica e ufficiale del non interventismo negli affari interni di un Paese straniero. E il risultato è che l’opposizione a Damasco ha accusato la Russia di aver concesso definitivamente a Bashar Al Assad la licenza di uccidere. Nel muro contro muro al Palazzo di vetro chi rimane schiacciato sono - come sempre - gli innocenti. Da una parte Washington preme per un intervento militare, volendo fermare la «macchina della morte» (parole del presidente Barack Obama) e aspirando un cambiamento radicale di regime, dall’altra Mosca non vuole schierarsi nell’ambito di una «guerra civile» (parole di Lavrov) e tenta una mediazione alquanto ardua e rischiosa. La prossima missione in Siria del ministro degli Esteri russo, accompagnato da Mikhail Fradkov, ex primo ministro ora a capo dei servizi segreti esterni, può dire se ci sono ancora spazi aperti per una soluzione che consenta alla Russia di rimanere con il piede in Medio Oriente. La posta in gioco non è del resto solo la successione al presidente in carica, ma l’equilibrio geopolitico che ne può uscire.

Mosca vuole intanto dimostrare di aver voce in capitolo, dopo aver visto che l’astensione sul caso Libia si è tramutata, de facto e contro volere, in un’azione per rimuovere Muammar Gheddafi. Ma soprattutto non vuole essere sbattuta fuori da una regione che le consente di affacciarsi tatticamente sul Mediterraneo. La base militare navale di Tartus rappresenta infatti per le navi russe una scorciatoia fondamentale rispetto a quella di Sebastopoli sul Mar Nero (mare chiuso e di fatto controllato ai Dardanelli dalla Turchia, membro Nato) e la Siria è sempre stata un partner strategico ed economico importante per la Russia: solo nel 2010 il giro d’affari, tra armi e investimenti, è stato di 20 miliardi di dollari.

Perdere Damasco significherebbe per Mosca un duro colpo, geopolitico ed economico: ecco perché Putin e Lavrov cercano la possibilità di un passaggio di consegne soft che non vada solo a vantaggio degli Usa. Ed è nell’ottica di un contenimento americano che va letto il gioco di Pechino. Russia e Cina hanno già visto prima in Iraq e poi in Libia che le risoluzioni dell’Onu si trasformano facilmente nel grimaldello a stelle e strisce per liberarsi di regimi scomodi, in nome del rifiuto del terrorismo e della protezione della popolazione civile. E i dubbi su un effetto domino in Siria spiegano la posizione assunta al Consiglio, nonostante le rassicurazioni del segretario di Stato Usa Hillary Clinton («Alcuni membri potrebbero temere che il Consiglio di sicurezza porti a un’altra Libia. Si tratta di una falsa analogia»).

Ma il ritorno a posizioni diametralmente opposte al Palazzo di vetro si inserisce anche nelle recenti frizioni tra Cremlino e Casa Bianca, ingigantite dalla tornata elettorale: a Mosca si va alle urne a marzo, a Washington a novembre. La bozza sulla Siria si inserisce in un dossier ricco, che include lo scudo spaziale, si cui da anni Russia e Usa cercano un’intesa, e l’eventuale intervento in Iran: temi bollenti che non possono essere gestiti in ogni caso unilateralmente senza il rischio di provocare qualche terremoto peggiore.

Anche se la Guerra fredda ufficialmente è finita, non è però solo Mosca a voler portare indietro gli orologi. Clinton ha invitando tutti i membri del Consiglio di sicurezza a «schierarsi dalla parte giusta della Storia», rinverdendo i fasti della retorica un po’ manichea della lotta eterna tra il bene e il male. Le orecchie devono essere fischiate non poco a Putin e Lavrov: al Cremlino non hanno infatti dimenticato che il 5 febbraio 2003, Colin Powell, si era presentato a Washington con la famosa boccetta d’antrace, la pistola fumante inventata di sana pianta che portò poi all’intervento militare in Iraq. E si sa come è andata a finire: oltre 100 mila morti dall’inizio della guerra in una strage di civili che continua ogni giorno. Il nuovo banco di prova è sul conflitto in Siria. Dove, in fondo, la Russia difende Assad per difendere se stessa.

(Lettera43)