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TONY E NURSULTAN, GROSSO GUAIO AD ASTANA

È una vigilia elettorale molto agitata in Kazakistan, dove il 15 gennaio sono in programma le elezioni parlamentari. La repubblica dell’Asia centrale è stata scossa negli ultimi mesi dalla crisi economica che non ha risparmiato neppure questo Stato ricco di gas e petrolio. Paese di 16 milioni di abitanti, grande come mezza Europa da Lisbona a Varsavia, il Kazakistan è stato sempre considerato l’anello più stabile della catena centroasiatica tra le ex repubbliche sovietiche. Eppure qualcosa ha iniziato forse a scricchiolare.

Le tensioni sociali sono cresciute proprio nel settore energetico, con scioperi e manifestazioni di protesta culminate qualche giorno prima di Natale con il massacro Zhanaozen, nell’Ovest del Paese, a due passi dal Mar Caspio.
Una quindicina di morti tra gli operai e centinaia di feriti dopo gli scontri con la polizia, che non ha esitato a usare le maniere forti in una situazione andata fuori controllo. Non è ancora chiaro cosa abbia innescato la scintilla, ma l'indagine aperta dalla magistratura kazaka contro le forze dell’ordine indica che qualche errore è stato fatto dall’alto. Intanto diverse persone sono state arrestate per aver iniziato i saccheggi e le devastazioni.

Il presidente Nursultan Nazarbayev, che ha vietato a tutti i funzionari del governo, dei ministeri e dei dicasteri i viaggi all’estero per le vacanze delle feste di Capodanno, ha imposto lo stato di emergenza a Zhanaozen e le prime teste hanno già iniziato a rotolare. Sono infatti state tagliate quelle dei manager di alcune società petrolifere e dell’amministrazione locale della città. Ha dovuto lasciare il suo posto anche Timur Kulibayev, genero del capo di Stato (è sposato con Dinara Nazarbayev) e considerato uno dei suoi possibili successori. Una misura in realtà di facciata e diretta a tranquillizzare la piazza, visto che pur essendo stato formalmente allontanato dalla Samruk, Kulibayev rimane comunque al vertice delle altre tre più importanti aziende energetiche del Paese, tra cui il colosso Kazmunaigas.

Fin qui la cronaca, che però offre diversi spunti di interpretazione, se si aggiunge anche la notizia che un gruppo di attivisti dell’opposizione extraparlamentare (in parlamento è rappresentato il solo partito, Otan, di Nazarbayev, in carica da 20 anni, cioè da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza da Mosca) ha chiamato in causa l'ex premier britannico Tony Blair, accusandolo di aver messo in qualche modo lo zampino in quello che sta accadendo in Kazakistan. In una lettera aperta intitolata Sangue sulle mani di Blair, pubblicata sul quotidiano Respublika e ripresa dal Daily Mail, l’ex premier britannico, diventato da qualche mese consulente di Nazarbayev, viene accusato senza troppi veli di voler ripetere ad Astana lo scenario già visto a Tripoli.

«È noto che Blair fosse un consigliere del sanguinario dittatore Muammar Gheddafi», ha accusato la stampa kazaka, «che ha usato le armi contro i civili nel suo Paese per reprimere le rivolte. Lo scenario sanguinoso della Libia è stato ripetuto in Kazakistan. In tempo di pace ora la leadership kazaka ha aperto il fuoco e sparato contro cittadini inermi: tali metodi sanguinosi sono stati utilizzati nel nostro Paese da quando è diventato consulente del presidente». Gli oppositori di Nazarbayev hanno invitato Blair a dimettersi e cessare la cooperazione con il «regime criminale» e gli hanno imputato di aver mal consigliato il capo di Stato, rimasto inerme di fronte alle richieste degli scioperanti. «Perché negli ultimi sette mesi le autorità sono state sorde alle richieste dei lavoratori del petrolio? E perché hanno sparato ai propri cittadini?».

Domande a cui probabilmente non ci sarà risposta non solo da parte inglese, ma nemmeno da quella kazaka. È certo però che l’esplosiva situazione ha acceso la miccia delle teorie complottistiche, da quelle che vedono appunto la longa manus di qualcuno che in Occidente vuole destabilizzare il Paese per colorarlo con la solita pseudorivoluzione, a quelle che vedono la regia stessa di Nazarbayev, pronto a un nuovo giro di vite in vista delle elezioni.
DISORDINI ORCHESTRATI DALL'ALTO. Difficile districare la matassa ad Astana, dove da sempre decide il clan del presidente, corredato dai soliti scandali. Come il famoso «Kazakhgate», andato a lambire il presidente per una questione di bustarelle miliardarie pagate da un consulente americano, James Giffen, per conto di alcune compagnie petrolifere all’inizio degli Anni 90.
Il nome di uno dei personaggi di allora, Rakhat Aliyev, ex marito di Gulnara, la prima figlia del presidente, rifugiatosi a Vienna, è tornato in ballo in questi giorni come uno dei possibili mandanti dei disordini, pilotati insieme con l’oligarca Mukhtar Ablyasov che a luglio ha ricevuto asilo politico a Londra.

(Lettera 43)