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Le metamorfosi di Viktor

Pubblicato da Europa il 6 dicembre 2012

La storia dell’uomo forte di Budapest che spaventa l’Europa. L'89 e il progressismo, la virata conservatrice, il primo mandato da capo del governo, il purgatorio all'opposizione, la nuova Costituzione, il piglio decisionista e l'eterodossia economia. 

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Autoritario, populista, nazionalista, autarchico, ducesco. In questi giorni, sul conto del primo ministro ungherese Viktor Orban, s’è detto di tutto e di più. La sua “rivoluzione costituzionale”, il suo programma eterodosso in politica economica, alcune leggi discutibili (specialmente quella sui media) approvate dal parlamento – controllato egemonicamente dal suo partito, la Fidesz – e le critiche piovute da Bruxelles e Washington hanno attirato l’attenzione della stampa, italiana e internazionale. Le analisi dedicate al fenomeno orbaniano – fenomeno o anomalia? – si sprecano.

Ma forse è il caso, prima di sentenziare e di stilare le conclusioni, di chiedersi chi è Viktor Orban, quali strade ha battuto durante la sua lunga carriera politica – sei le legislature in parlamento – e come strategia e approccio sono cambiate nel corso del tempo. È partendo da lontano che possiamo leggere meglio i recenti sviluppi politici ungheresi.

Giovane e progressista
Bisogna cominciare dall’ultimo scorcio degli anni ’80, quando Janos Kadar, il longevo capo dei comunisti ungheresi, viene esautorato dall’ala riformista del partito, che inizia a imboccare la strada della transizione e approva alcune riforme liberalizzanti, tra le quali il riconoscimento dei movimenti di opposizione. Correva l’anno 1988.

La Fidesz (Alleanza dei giovani democratici), registrata in quello stesso 1988, si configurò come una forza liberale, anticomunista, con vedute larghe sui diritti civili. Era altresì un partito generazionale. Nello statuto era previsto che gli iscritti non potessero avere più di 35 anni. Viktor Orban, uno dei cofondatori della Fidesz, all’epoca ne aveva 25. Lavorava come sociologo al ministero dell’agricoltura.

Tempo un anno e arrivò la grande ribalta mediatica. Il 16 giugno 1989 si celebrarono sulla Hosok tere, la piazza degli eroi, i “funerali in ritardo” di Imre Nagy, sfortunato protagonista della rivoluzione ungherese del 1956, impiccato nel 1958 e sepolto come un cane, senza neanche una stele a ricordarlo, alla periferia di Budapest. Le esequie segnarono da una parte la riabilitazione di Nagy e dell’insurrezione, patriottica e popolare; dall’altra posero fine, in sostanza, all’esperienza comunista, che aveva proprio nel ’56 il suo più grande tabù. Kadar, che prima di salire al potere dopo la repressione violenta della rivolta era stato alleato di Nagy, fece infatti calare sul ’56 una cortina di silenzio, offrendo in cambio un po’ di tolleranza e qualche beneficio economico individuale (vedi alla voce “socialismo del goulash”). Ebbene, quel giorno, sulla Hosok tere, Orban figurava tra le personalità autorizzate a parlare, a cui le autorità chiesero di non spericolarsi in discorsi politicamente troppo avventati. Ma Orban chiese libere elezioni e il ritiro dei militari russi (in Ungheria si stava negoziando la transizione, in Polonia c’erano state elezioni quasi libere, ma ricordiamo che ancora il Muro di Berlino stava in piedi). «Fino all’ultimo, a quanto pare, si cercò di convincerlo a rispettare le “consegne”. Non ci fu nulla da fare. Qualcuno, a sentire quelle parole, raggelò. Altri dissero: «Finalmente uno che parla chiaro». «Comunque sia, in quella giornata Orban divenne ufficialmente un personaggio», spiega Stefano Bottoni, giovane accademico, titolare dell’insegnamento di Storia dell’Europa orientale all’università di Bologna e autore del recente Un altro Novecento. L’Europa orientale dal 1919 a oggi.

La Balena bianca magiara
Nel 1990 furono convocate libere elezioni e la Fidesz, entrata nel frattempo nell’internazionale liberale, andò maluccio: 4,8 per cento e appena un seggio. Al governo andò Jozsef Antall, numero uno del Forum civico democratico, forza ascrivibile alla famiglia cristiano- democratica europea. «Orban lo criticò ferocemente, ma fu proprio Antall a rivelarsi decisivo nella sua svolta valoriale. Nel 1993, poco prima di morire (lo stroncò un cancro), lo investì della sua eredità politica, lo convinse che il liberalismo progressista non era premiante e che se voleva lasciare il segno avrebbe dovuto virare verso il conservatorismo. Orban iniziò così a cambiare approccio e sebbene alcuni iscritti lasciarono la Fidesz riuscì a portarsi dietro il grosso del partito», afferma Federigo Argentieri, docente della John Cabot University e autore di numerose pubblicazioni sulla storia magiara, tra le quali Ungheria 1956. La rivoluzione calunniata. 

Il 1994 è un altro anno decisivo, nella trasformazione del politico. «Antall e i suoi ministri avevano fondato lo stato di diritto e fatto importanti riforme economiche, ma i costi sociali della transizione sancirono la sconfitta elettorale. Vinsero i socialisti e avrebbero potuto governare da soli. Ma, dato che in patria e in Europa c’era qualche riserva sul loro pedigree, il primo ministro incaricato Gyula Horn chiamò la Szdsz (Alleanza dei liberi democratici), altra formazione liberale, nell’esecutivo. A questo punto Orban si convinse sempre di più che la Fidesz dovesse diventare un grande partito di centrodestra, allargando la base», riferisce Bottoni.

Borghesi si diventa
Finita la legislatura socialista-liberale, si va nuovamente alle urne e arriva il turno di Orban, che ormai si presenta come il comandante in capo del campo conservatore. Il suo partito, nel 1995, modifica peraltro il nome, aggiungendo alla radice storica (Fidesz), la nuova desinenza Magyar Polgari Szovetseg (Unione civica ungherese). Con il termine Polgari che sta anche a significare, in lingua ungherese, borghese. «Il concetto di borghesia, come classe risparmiatrice, solida e dai confini sempre più larghi, diventa un pallino di Orban e costituisce uno dei pilastri del suo cambio di strategia», dice Bottoni.

Ma come vanno i quattro anni di Orban al governo? Fondamentalmente abbastanza bene. La congiuntura internazionale è positiva, in Ungheria arrivano tanti investimenti dall’estero. Orban firma l’adesione alla Nato – e appoggia la campagna contro Milosevic nel 1999, questione sensibile vista la presenza di migliaia di ungheresi nella regione serba della Vojvodina – e chiude i colloqui sull’accesso in Europa, che arriverà nel maggio del 2004. Ma la virata conservatrice non c’è ancora. S’intravede qualcosa (la Fidesz esce dall’internazionale liberale e approda nella famiglia popolare europea), ma «il punto è che Orban governa con degli alleati, il Forum democratico e il Partito dei piccoli proprietari, con i quali deve mediare», asserisce Argentieri. Non può forzare, insomma.

Dal purgatorio...
Le elezioni generali del 2002 sono uno shock. A sorpresa tornano al potere i socialisti. Il carattere polarizzante e muscolare di Orban crea, senza che il nostro lo sospetti, un clima di risentimento nei suoi confronti, alimentato anche da una legge sulla concessione di vantaggi e benefici a quegli ungheresi all’estero che avessero deciso di andare in Ungheria. Era una forma di attenzione simbolica, molto meno accentuata rispetto alla doppia cittadinanza concessa ultimamente. Ma divise fortemente la società, secondo Bottoni.

Nel 2006, altra tornata elettorale e altra sconfitta. Orban sbaglia la campagna: si presenta ai comizi vestito un po’ trasandato, da uomo della strada. Cerca di avvicinare gli strati medi e bassi della popolazione, ma snatura il suo profilo e perde.

... alla sindrome di onnipotenza
Nei secondi quattro anni di purgatorio all’opposizione elabora a fondo il progetto politico che sta mettendo ora in pratica, forte della maggioranza assoluta ottenuta alle elezioni dell’aprile 2010. Due le colonne portanti. Orban intende prima di tutto chiudere la transizione, rimuovendo tutto ciò che di comunista s’è trascinato, a suo avviso, in epoca post-comunista. In questo si ravvede una forte pulsione ideologica, mescolata a desideri di vendetta contro i socialisti, eredi della tradizione comunista. Ciò si riflette nella legge che prevede la possibilità di processare coloro che si sono macchiati di crimini al tempo del socialismo reale (difficile tuttavia che vi si farà un ricorso massiccio) e nell’idea che Orban ha della rivoluzione del ’56. Il primo ministro non nega che l’insurrezione sia uno dei valori fondanti dell’Ungheria odierna, come consacrato nella nuova Costituzione, ma più che sul carattere socialdemocratico dell’azione di Nagy, che Argentieri ha messo più volte in risalto nelle sue ricerche, pone l’accento su quello nazionale e sull’orgoglio patriottico, facendo suo il giudizio che il cardinale Mindszenty – liberato nel 1956 dopo una lunga prigionia – diede di quegli eventi. L’altro personaggio a cui Orban si richiama, sottolinea Argentieri, è Bela Kovacs.  Costui guidava il Partito dei piccolo proprietari, che alle elezioni del 1945 stracciò i comunisti, prima che questi prendessero il potere con il sostegno di Mosca e lo arrestassero. Orban si rifà a Kovacs, la prima vittima del potere filo-moscovita. Il paradosso, però, è che Kovacs fece parte del governo Nagy e ne sottoscrisse il programma socialdemocratico.

L’altro elemento costitutivo della visione orbaniana è legato all’idea di riformare l’impalcatura economico- finanziaria del paese, sdoganando un capitalismo magiaro e cercando un equilibrio maggiore tra questo e gli investitori internazionali, che hanno all’interno del sistema un peso fortissimo, sotto certi aspetti egemonico. «L’Orban di oggi – così Bottoni – è statalista, attacca le multinazionali e vuole che il capitalismo ungherese si sganci parzialmente dal sistema internazionale. Non è contrario agli investimenti dall’estero, ma vorrebbe che siano produttivi. Meglio le auto che le banche, insomma». Da questa filosofia discendono le misure poco ortodosse messe in campo, tra le quali spiccano le tasse salate sui grandi gruppi stranieri operanti nei settori del credito, delle telecomunicazioni e dei supermercati. Nonché una certa forma di fastidio verso un’Europa che, a sentire Orban, allineato con il presidente ceco Vaclav Klaus, è troppo tecnocratica e limita le sovranità nazionali.

Il naufragio
Il resto è storia di oggi. S’è visto che il progetto orbaniano non ha funzionato. L’economia ungherese, provatissima dalla crisi, non s’è ripresa e anzi, va sempre più giù. Dall’Europa sono giunte critiche severe alla politica di Orban in generale e alla legge sui media, alle limitazioni alle funzioni della Corte costituzionale e della Banca centrale in particolare. Autoritario? Ducesco? Fascista? Esagerato definirlo così (Bottoni e Argentieri confermano). Orban, questo si potrebbe dire, ha abusato del consenso ottenuto nel 2010 forzando la mano su diverse questioni e, sentendosi onnipotente, ha dato vita a una crociata ideologica di cui forse non s’avvertiva l’esigenza; ha sottostimato la crisi e sovrastimato le risorse interne dell’Ungheria; ha voluto maniacalmente una Costituzione che poteva essere rimandata a tempi migliori e scritta meglio. Così facendo ha perso rapidamente il consenso elettorale e allarmato l’Europa. Il verdetto finale è che il suo progetto è naufragato.

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