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VERSO LE ELEZIONI, VLADIMIR CONTRO TUTTI

Uniti nello sdegno, ma ancora divisi nella strategia. Una panoramica sui protagonisti della manifestazioni di protesta nei confronti del sistema russo del potere, tra oppositori veri e presunti.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

Televisione pubblica indipendente, lotta al nepotismo e ritorno all’elezione diretta dei governatori regionali, eliminata a suo tempo da Putin. Questo il pacchetto di buoni propositi lanciato dal presidente uscente Dmitrij Medvedev giovedì, nel suo ultimo discorso alla nazione. Una falsa rupture, l’ennesima sbandierata dal “poliziotto buono” Dmitrij – s’è affermato. Una mossa buona a placare la folla, che oggi scende nuovamente in piazza. La stampa locale, sulla base degli appelli raccolti sui social network, scommette che saranno almeno 40mila quelli che torneranno a gridare, a distanza di due settimane dalla grande parata del 10 dicembre, contro i brogli elettorali e il putinismo.

A confermare che il potere sta provando a contenere e blandire la folla, sono arrivate ieri le dichiarazioni di Vladislav Surkov, l’eminenza grigia di Mosca. Intervistato dal quotidiano Izvestija, ha affermato che le proteste sono «assolutamente naturali» e che i protagonisti, definiti «la parte migliore della società», meritano «rispetto». Detto dall’ideologo del putinismo, nonché inventore della formula della “democrazia sovrana” (traduzione: la Russia ha una strada tutta sua e si difenderà dalle influenze politico-culturali esterne) e promotore dei Nashi, i giovani pretoriani di Putin, fa certamente effetto. Ma, come si diceva, rientra nel copione. Se la tattica del potere appare chiara, il movimento anti-Putin, caleidoscopico, deve ancora studiare un’articolazione efficace e cercare una guida. Molti i personaggi che si muovono sulla scena, con il loro carico di valori e ambizioni. Vediamo di fare luce su questa galassia.

Oggi la parte del leone la reciterà senz’altro il superblogger Alexej Navalnij. Di lui abbiamo già parlato, in tempi non sospetti. Abbiamo raccontato le sue campagne web contro la corruzione, il crescente seguito di adepti e sostenitori, la sfrontatezza e il coraggio. Navalnij è il principale artefice della presa di coscienza della classe media – e non solo – russa. È stato capace di mobilitarla, ha fatto scattare la molla dell’impegno. Adesso torna in piazza dopo l’arresto avvenuto durante la manifestazione del 5 dicembre (la prima in assoluto) e la condanna a 15 giorni di reclusione. Ha già annunciato che il carcere non l’ha scoraggiato. Continuerà quindi con rinnovato vigore la sua battaglia contro «il partito dei ladri e degli imbroglioni» (suo il copyright), Russia Unita. In molti dicono che le autorità, arrestandolo e trasformandolo in martire, non hanno fatto altro che potenziarne il ruolo.

La stessa sorte di Navalnij è toccata a un altro giovane democratico, Ilya Yashin. Classe 1983, Yashin è uno dei coordinatori di Solidarnost, uno dei gruppi più interessanti della società civile russa. Non casuale l’assonanza con il nome del grande movimento polacco (Solidarnosc) che nel 1980 diede una spallata micidiale al comunismo. Solidarnost, rispetto alla creatura di Walesa (giunse a contare dieci milioni di iscritti), ha un peso minore, questo sì. Ma la scelta di questo nome c’insegna che la lezione dell’Est ha ancora una sua forza e che anche in Russia, posto che le differenze tra comunismo di ieri e il putinismo di oggi sono molte, la battaglia passa dalle pulsioni della società civile e della voglia di resistenza della cittadinanza. Non si tratta di abbattere il sistema, si tratta di iniziare a combatterlo e a reclutare, giorno dopo giorno, sempre più gente. Questa la tattica di Navalnij e degli altri.

Tra le figure di spicco dell’opposizione civile si sta distinguendo anche Yevgeniya Chirikova, carismatica ambientalista balzata agli onori delle cronache durante le proteste contro la costruzione – sospesa da Medvedev – dell’autostrada che avrebbe dovuto attraversare la foresta di Khimki, alle porte di Mosca, alterando ambiente e paesaggio in nome dei grandi interessi economici e di qualche tentazione cleptomane. La galassia dell’opposizione, dicevamo prima, è eterogenea. Qui può annidarsi il problema. Perché essendo in tanti, va da sé che è difficile mettersi e andare d’accordo. La riprova c’è stata nei giorni scorsi, quando è stata diffuso l’audio di un’intercettazione telefonica nella quale il politico liberale Boris Nemtsov, figura di spicco del Partito popolare (escluso dalle elezioni legislative) e nemico di lunga data del putinismo, dispensava epiteti poco galanti verso la Chirikova, complici alcune divergenze tattiche. Sebbene dopo la diffusione dell’intercettazione – la responsabilità pare sia dei servizi, esecutori nell’occasione della dottrina del divide et impera – i due si siano immediatamente riconciliati, la lezione è che non sarà facile coagularsi. In ballo ci sono questioni organizzative (è stata durissima stilare la scaletta degli interventi di domani), ma anche prospettive politiche diverse: più civile quella di Navalnij e la Chirikova; più partitica quella di Nemtsov. Alla visione di quest’ultimo si oppongono peraltro gli animatori di Altra Russia, quali l’ex scacchista Garry Kasparov e lo scrittore Eduard Limonov, che prediligono il boicottaggio di ogni contesto elettorale.

In piazza, oggi, si vedranno anche i comunisti di Gennady Zyuganov. Il suo partito ha ottenuto più voti (20 per cento) rispetto alle elezioni del 2007 (11,5 per cento), ma il punto debole è sempre quello: la nostalgia dei tempi andati. I comunisti stanno cercando di svecchiare l’immagine, eppure ogni volta cascano nel tranello ideologico. Uno dei casi più recenti ha visto come protagonista il notabile Yevgeny Kopyshev, che intervenendo alla manifestazione del 10 dicembre ha invocato il ritorno del comunismo, raccogliendo una valanga di fischi. Lo stesso Zyuganov non sembra capace di rifare il look al comunismo russo. La sua biografia, d’altronde, ci dice che negli anni ’80 s’oppose alla perestrojka. Senza contare che è al vertice del partito da quasi vent’anni e che ha già preso parte a tre tenzoni presidenziali (1996, 2000 e 2008). Correrà – e perderà – anche a marzo. Peraltro il suo principale obiettivo, più che contrastare Putin, sembra quello di contenere le forze liberali. Insomma, è come se temesse che scippino ai suoi il “primato” di secondo partito dell’opposizione. In questo fa un grosso favore a Putin e si conferma oppositore di carta. Uno che muove battaglia senza però munirsi di artiglieria pesante. Uno che, come sottolineano gli addetti ai lavori, tutto sommato accetta le regole del gioco: fare opposizione stando nel solco della democrazia sovrana.

Vladimir Zhirinovskij, numero uno dei liberaldemocratici, è un altro che, alla stregua di Zyuganov, accetta le regole del potere. Siede in parlamento e gli viene permesso di urlare, scalpitare, manifestare la sua indole xenofoba, gridare al complotto mondiale contro la Russia e candidarsi alle presidenziali (anch’egli è in lizza). Ma, in sostanza, non graffia. La sua è un’opposizione di facciata. Come quella di Sergej Mironov, leader di Russia Giusta (13 per cento alle elezioni) e – pure lui – pronto a “sfidare” Putin il 4 marzo. Su questo partito c’è ancora meno da raccontare. È stato fondato sul finire del 2006 e a sdoganarlo è stato lo stratega di corte, Surkov, che avrebbe convinto Mironov a prendere le redini di questa forza parlamentare, che predica progressismo e cerca di calamitare qualche voto in uscita dai comunisti.

Tra le opposizioni finte non si può non menzionare quella rappresentata da Giusta Causa, variante destrorsa di Russia Giusta, al cui vertice c’è l’oligarca dei metalli Mikhail Prokhorov. Avrebbe già dovuto partecipare alle parlamentari, ma i calcoli di palazzo gli hanno imposto la rinuncia. Adesso, con il benestare dello stesso palazzo, si candida alla presidenza. Così come il governatore della regione di Irkutsk, Dmitrij Mezentsev. La sua funzione, nell’eventualità che tutti gli altri concorrenti si ritirino, sarà quella di far sì che le presidenziali non vengano annullate, come la legge prevedrebbe in casi come questo.

Infine Alexej Kudrin, rispettato ex ministro delle finanze, dimessosi dopo la scelta di Putin di ricandidarsi e di affidare il premierato a Medvedev, carica alla quale Kudrin, secondo i più, ambiva. L’ex ministro, in questi giorni, ha sposato la causa dei manifestanti, appoggiando la loro battaglia per elezioni pulite. Oggi potrebbe persino salire sul palco e parlare. Si mormora anche della possibile nascita di una nuova formazione liberale, da lui stesso capeggiata. In molti si chiedono: Kudrin sta dicendo addio al putinismo o sta facendo, piuttosto, il gioco di Vladimir Vladimirovich?

(Radio Europa Unita)