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TRA PUTIN E MEDVEDEV, DOVE VA LA RUSSIA?

È scoppiata la democrazia? L’era Putin verso il tramonto? La grande manifestazione di Mosca - svoltasi il 10 dicembre senza incidenti e in un clima surreale, con 50 mila poliziotti a presidiare la capitale russa- segna senz’altro un passo importante nel processo di transizione democratica del Paese. Un evento che si è aggiunto a una settimana di proteste senza precedenti avvenuta proprio nei giorni in cui cade il ventesimo anniversario della dissoluzione dell’Urss (accordi di Belavezha firmati l’8 dicembre del 1991 e ratificati ad Alma Ata il 16).

Mai nell’ultimo decennio si è assistito a una dissenso così massiccio nei confronti di governo e presidente, mai così tanti cittadini sono scesi in piazza accomunati dalla volontà di esprimere il proprio malcontento verso quella che hanno considerato la goccia che ha fatto traboccare il vaso: le manipolazioni alle elezioni (non una novità, ma questa volta svelate impietosamente via internet) sono state infatti la palla colta al balzo per urlare l’insoddisfazione e la preoccupazione per la piega che sta prendendo la Russia sotto il tandem.
Il pericolo di stagnazione economica e di involuzione democratica hanno mobilitato una massa eterogenea che non ha avuto timore di presentare le proprie precise richieste di cambiamento al Cremlino.

In questo senso il risveglio della coscienza politica e civile è certamente una svolta. Come lo è l’atteggiamento dell’èlite al potere, che ha lasciato respiro alle voci del dissenso senza nessuna interferenza. Non solo: anche i media statali nazionali hanno concesso largo spazio alla notizia del giorno (seppur con qualche lacuna), invertendo la tendenza che era valsa sino al fine settimana.

Il fatto che non ci siano stati incidenti e che le televisioni nazionali abbiano fatto un resoconto semi-completo è il segno che la coppia Putin-Medvedev sembra aver deciso di cambiare percorso, imparando dagli errori grossolani fatti negli ultimi mesi. Anche la piazza ha fatto la sua parte, senza nessuna provocazione e senza accendere inutili scintille.

Il collante anti-putiniano ha unito voci estremamente diverse, le cui cinque richieste (rilascio dei prigionieri politici, annullamento delle elezioni, dimissioni del presidente della Commissione elettorale Vladimir Churov, nuovo sistema elettorale più liberale e nuove elezioni) non verranno però certo accolte dal regime. Non tutte per lo meno. Se il Cremlino potrà compiere qualche passo verso il dialogo, ordinando qualche indagine e facendo rotolare qualche testa, liberando i manifestanti arrestati in questi giorni e cambiando qualche legge, è impensabile che si arrivi alla ripetizione delle elezioni.
Potrebbe esserci al limite qualche riconteggio a livello locale con qualche spostamento di seggi. Non di più.

La situazione in Russia non è infatti come quella in Georgia nel 2002 o in Ucraina nel 2004, quando le famose rivoluzioni hanno ribaltato i risultati elettorali. Allora si trattava di casi completamenti diversi, in un contesto locale e internazionale particolare – il braccio di ferro geopolitico tra Mosca e Washington sulla scacchiera postsovietica – mentre quello della Russia odierna è uno scenario a se stante, che in realtà non concede troppe illusioni.

In primo luogo perché di fatto, nonostante i boati dei media occidentali, il potenziale numerico dell’opposizione è tutto sommato limitato (i manifestanti di Mosca avrebbero riempito a malapena lo stadio Luzhniki, poco per reclamare un cambio di regime senza avere alternative in una capitale di una quindicina di milioni di persone e in un Paese di 140 milioni di abitanti).
Quando il dissenso viaggia su internet, non bisogna inoltre dimenticarsi che la Rete è sì uno strumento di libertà, ma negli Stati dove la democrazia latita è anche facile manipolare e controllare. Basta tenere presente l’esempio cinese.
In più in Russia nemmeno la metà della popolazione è connessa, con alte percentuali nelle grandi città, ma bassissime in provincia, dove è sempre la tivù a comandare. A Facebook sono iscritti nemmeno cinque milioni di persone (circa l’8% degli internauti russi) e di questi sono stati poco più di 30 mila coloro che si sono dati appuntamento il 10 dicembre nella Capitale.

In secondo luogo l’opposizione anti-putiniana non è politicamente organizzata, se si eccettuano i movimenti di estrema destra e estrema sinistra che potrebbero prossimamente far saltare l’idillio scoppiato in piazza Bolotnaya e far precipitare primo o poi la situazione. È chiaro però che ora, in vista delle presidenziali di marzo, Vladimir Putin dovrà elaborare una diversa strategia.

(Lettera43)