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A MOSCA ARRIVA LA PRIMAVERA?

Crollo di Valdimir Putin? I russi si sono svegliati e quindi c'è da attendersi una rivoluzione arancione a Mosca? Il risultato delle elezioni parlamentari di domenica 4 dicembre che ha visto Russia unita perdere quasi il 15% dei voti (oltre 13 milioni di elettori) è per certi versi sorprendente, ma non deve indurre al solito errore occidentale che vede Mosca per come vorrebbe fosse e non per quanto è realmente. Manipolazioni elettorali e controllo dei media, abuso delle risorse amministrative ed emarginazione strategica dell’opposizione non sono certo cosa nuova e hanno le loro radici nella Russia degli Anni 90, quella che aveva respirato qualche soffio di democrazia, ma era finita tra l’ingordigia degli oligarchi e un presidente un po’ ubriacone che trascinò il Paese sull’orlo del baratro.

Le speranze accese da Putin nei suoi primi due mandati si sono raffreddate durante il quadriennio di Dmitrij Medvedev al Cremlino e ora la prospettiva che il premier ritorni per sei anni al timone del Paese nel segno dell’immobilismo non ha certo entusiasmato i russi che gli anno mandato un chiaro segnale. Il consolidamento e la verticalizzazione del potere sono state appoggiate dalla stragrande maggioranza dei russi, che però sente ora l’esigenza di vere riforme. Sin dai tempi di Boris Eltsin e della nuova Costituzione del 1993 infatti il presidente russo è sempre stato il numero uno e il parlamento - che «Corvo Bianco» prese a cannonate nell’estate di 18 anni fa - è sempre stato insignificante.

Anche le proteste di questi giorni a Mosca, San Pietroburgo e altrove fanno parte di un rituale che nell’ultimo ventennio si è ripetuto diverse volte, sempre in forme limitate e amplificate a dismisura dall’eco occidentale, e sono elementi integranti di un quadro che va visto nel suo contesto, quello di un sistema che non è mai stato veramente democratico e che è tutt’ora in transizione, a 20 anni dal crollo dell’Unione sovietica. Se sino alla fine degli Anni 90 la protesta di piazza era riservata ai soliti comunisti, nostalgici di un passato che per le vecchie generazioni è sempre stato difficile da rimuovere, dallo scorso decennio ai seguaci di Gennady Zyuganov si è affiancata la nuova opposizione, quella costituita dall’élite che aveva sostenuto Eltsin e che Putin all’inizio del suo primo mandato aveva cominciato a sostituire e che si è alleata con chi da qualsiasi prospettiva si oppone al Cremlino.

E così la piazza di oggi si muove per esempio tra Grigori Yavlinski, fondatore del Partito liberale Yabloko (in corsa sin dal 1995, ma dal 2003 fuori dalla Duma), un moderato, però senza appeal elettorale; Boris Nemtsov, ex vice primo ministro sotto Eltsin, da 20 anni sulla breccia, da sempre contro Putin, ma incapace di coagulare intorno a sé un partito serio; Garry Kasparov, talvolta segnalato dai media occidentali come uno dei più duri oppositori del regime, in realtà ex campione di scacchi ed editorialista del Wall Street Journal con alle spalle un movimento un po’ bizzarro (Altra russia) di cui fa parte Eduard Limonov, scrittore e numero uno del Partito nazionalboscevico.

Questi rumorosi antiputiniani raccolgono qualche migliaio di persone per le strade e non hanno mai avuto nessuna possibilità di influire sulle vicende politiche, in parte perché tenuti sotto controllo, ma soprattutto perché il loro seguito è davvero molto limitato. Ingannevole di questo punto di vista è la sproporzione tra lo spazio che trovano sui media occidentali e il peso obiettivo all’interno della Russia.

Chi invece può dare grattacapi al Cremlino è quella maggioranza che non è andata alle urne (il 40% degli elettori, circa 30 mila persone) insieme con tutti coloro che hanno votato per comunisti e nazionalisti, non tanto per convinzioni politiche, ma per protesta e per dare un segnale chiaro al partito del potere. Questi russi sono quelli che nel futuro prossimo possono e devono far capire che buona parte della Russia sta cambiando ed è ora che qualcosa cambi ai piani alti del sistema.

Tra questi ci sono i giovani che si muovono su internet seguendo le orme del blogger Alexei Navalny e non vanno certo alle urne, ma ci sono pure gli esponenti della classe media, che si è notevolmente espansa nell'ultimo decennio proprio grazie a Putin e che ora è preoccupata per gli aspetti involutivi della politica del Cremlino.

Vent’anni fa la Russia ha già avuto la sua rivoluzione, alla quale è seguito un decennio tragico (due colpi di stato, 1991 e 1993; due guerre in Cecenia, 1994-96, 1999-2000 e il default economico del 1998), e i russi non ne vogliono certo un’altra. Qualche aggiustamento però sì. I primi segnali possono venire dalla formazione del prossimo governo e la primavera russa potrebbe arrivare sorprendentemente in versione light, coadiuvata e gestita proprio da Putin, se decidesse di usare i prossimi sei anni al Cremlino per fare, almeno in parte, quello che il Paese gli sta chiedendo da tempo.

(Lettera 43)