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UNA SCONFITTA UTILE PER PUTIN?

Il calo elettorale di Russia Unita, che sostiene la candidatura del premier alla presidenza della Federazione, può essere l'opportunità per lanciare un nuovo partito e fare quelle riforme promesse e mai realizzate. Ignorare la disillusione popolare sarebbe controproducente. Medvedev rischia.

Orietta Moscatelli / Limes

Quindici punti percentuali in meno bruciano molto, e la perdita della maggioranza costituzionale complica le cose. Ma per Vladimir Putin il risultato delle legislative di domenica 4 dicembre potrebbe rivelarsi una sconfitta minore. Forse addirittura utile, dopo il clamore e l’amarezza per la batosta elettorale. La vera posta in gioco, per il premier russo che vuole tornare al Cremlino, sono le presidenziali del prossimo marzo: quelle, sì, vanno vinte, e subito.

Se Putin centrerà il bersaglio al primo turno, il rinnovo della Duma potrà essere archiviato come un danno minore, da gestire in famiglia, tra partiti solo ufficialmente schierati su fronti opposti. Nella Camera bassa consegnata dal voto di ieri, infatti, crescono sensibilmente i comunisti (92 seggi, 35 in più), ma Russia Unita con i suoi 238 deputati non ha molto da temere dagli altri 120 che sono di Russia Giusta (64) e dell’ex ultranazionalista Vladimir Zhirinovski (56). Entrambi questi partiti abbaiano e non mordono mai, e sono giustamente accusati di stare in parlamento per fare i cani da guardia di Putin.

Questo, sul piano della politica quotidiana. Ma di fronte a contestazioni senza precedenti, i problemi del premier sono più simbolici che concreti. A cominciare dal far passare il messaggio già lanciato ad urne appena chiuse e affidato a Dmitri Medvedev, pedalatore sempre più incerto del tandem moscovita. “Questa è la democrazia”, ha detto il presidente, traducendo il risultato debole in una forte prova di trasparenza del voto. Se abbiamo perso tante preferenze, è il ragionamento, vuol dire che non abbiamo barato. E che se le cose vanno cambiate, lo potremo fare. “Questo risultato ci permetterà di garantire la stabilità”, ha aggiunto, a scanso d’equivoci, il premier.

Su questo avevano molto insistito i migliori consulenti del Cremlino
nelle settimane scorse: un risultato troppo buono non sarebbe creduto, avrebbe decretato l’illegittimità del voto. Quindi un 50% scarso va benissimo, l’importante è che il paese si convinca che davvero un elettore su due abbia scelto Russia Unita, poi si vedrà se e come riorganizzare il gioco elettorale.

Non che sia facile. I veri ‘anti-Putin’ non ci stanno. Nei giorni prima dello scrutinio, blog e siti di notizie meno addomesticati di altri hanno segnalato pressioni, acquisto di voti, distribuzione di decine di schede per un singolo elettore. L’Osce, a scrutinio avvenuto, è stata chiara, registrando violazioni diffuse e casi di urne riempite con schede pre-compilate. Il partito comunista ha da parte sua annunciato un ricorso presso la Corte suprema di Russia per protestare contro i brogli, mentre i ‘militanti di internet’ combattono a colpi di blog, twitter, facebook, con un primo appuntamento post-elettorale in piazza proprio all’indomani del voto, finito con 400 fermi tra Mosca e San Pietroburgo. A giudicare dalla raffica di attacchi hacker nelle 48 ore attorno alle elezioni e dei 200 arresti solo nel giorno del voto, queste sfide ‘asimmetriche’ fanno davvero paura ai palazzi del potere.

Il paradosso è che Russia Unita - per ora - vincerebbe in ogni caso, anche senza nessuna irregolarità e senza la mano pesante usata contro le voci del dissenso. “Temono uno scenario egiziano”, dice una consulente governativa convinta che Putin per anni non avrà alternative e che il più grande errore sarebbe non approfittare del momento di difficoltà per dare segnali di cambiamento. Proprio in questo senso, il risultato delle legislative, mortificante per chi arriva da percentuali bulgare di consenso, può risultare utile. Putin, che la sera del voto è apparso teso e un po’ imbarazzato, all’indomani ha scelto di dichiararsi soddisfatto e di considerare il responso delle urne “un successo”. Da vedere come agirà in seguito.

Una prima vittima del risultato di domenica potrebbe essere Dmitri Medvedev, capolista di Russia Unita cui ha promesso il posto di premier, a condizione che gli elettori confermino la fiducia sia alle legislative sia alle presidenziali. Le colpe dell’arretramento potrebbero poi essere addossate al partito in sé, cogliendo l’occasione per lanciare una nuova formazione politica in grado di ricanalizzare le speranze, quindi il consenso, cosa difficile senza un ‘reset’ partitico. Non a caso Putin è il capo di Russia Unita ma non è mai stato iscritto; in prima linea alle legislative, come capolista, c’era Medvedev.

Negli ambienti filo-governativi a Mosca si ritiene che l’attuale presidente diventerà primo ministro (almeno per un po’), che un nuovo partito sia già in gestazione e che Putin, leader senza alternative oggi come prima delle legislative, sarà presidente per almeno un altro mandato. Ma se non fossero bastati i fischi al centro sportivo Olimpiski, ora il premier quasi presidente ha davanti un bivio: può far finta di niente, negando l’innegabile senso di disillusione che circola in Russia e ignorando la voglia di novità che soffia nelle città.

Oppure può usare il primo smacco elettorale come un nuovo mandato, per re-inventarsi e accettare la vera richiesta di chi oggi crede che il tandem sia arrivato al capolinea. Quella di mettere mano alle riforme tanto pubblicizzate, quanto rimandate, negli anni del giovane - e obbediente - Dmitri Medvedev.

(Limes)