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DOPO LE ELEZIONI DOVE VA IL TANDEM?

Brutta giornata per il Cremlino. Russia Unita, il partito di Vladimir Putin e Dmitri Medvedev, prende una sonora botta, calando di quasi il 15% e perdendo anche la maggioranza assoluta alla Duma (48,5%). Sorridono i comunisti (19,8%) e i nazionalisti (11,4%) che raccolgono l’insoddisfazione e la protesta raddoppiando quasi i consensi, piangono invece come al solito i minuscoli liberali che rimangono fuori dal parlamento, condannati come sempre all’anonimità (2,5%).

La lista del partito del potere è stata guidata da Dmitri Medvedev. Vladimir Putin non era candidato e in campagna elettorale ha tenuto un basso profilo, quasi si aspettasse il risultato. Nonostante la maggioranza relativa incassata, il crollo di voti e soprattutto di immagine è notevole. Medvedev in diretta televisiva ha detto che questa è la democrazia, Putin non è sembrato molto convinto. L’essere scesi sotto le previsioni dei sondaggi è un peso ulteriore che da un lato indica come gli elettori hanno voluto dare un preciso segnale verso il Cremlino, dall’altro che nonostante il massiccio utilizzo delle risorse amministrative la coppia al comando non ha certo tutto il Paese sotto controllo.

Il risultato andrà a pesare probabilmente sulla futura composizione del governo e non è certo a questo punto che Dmitri Anatolevich occuperà la Casa Bianca per i prossimi quattro anni. La sceneggiata del passaggio di consegne e del ritorno di Putin alla presidenza é stata sicuramente il motivo maggiore che ha fatto rimanere molti cittadini a casa e ha spinto al voto di protesta.

Un elettore su cinque ha scelto Gennady Zyuganov, riportando in auge i comunisti come negli anni Novanta e sono cresciuti anche i nazionalisti del populista Vladimir Zhirinovski: questi due partiti, il Kprf e il Lpdr, si riconfermano alla Duma per la sesta volta consecutiva e rappresentano anche per la prossima legislatura l’opposizione che fa tanto rumore, ma nulla conta. Sergei Mironov e il suo Russia Giusta (11,4%) hanno trovato la spinta sufficiente, soprattutto dopo le disavventure di Giusta Causa (1,1%), per entrare ancora alla Duma. Questa volta con un po’ più di potere, visto il calo di Russia Unita.

Gli altri partiti che raccolgono soltanto le briciole, sia i liberali di Yabloko sia i Patrioti di Russia, anche senza manipolazioni non avrebbero probabilmente superato la soglia di sbarramento del 7%. Il nuovo parlamento è quindi uguale a quello vecchio, anche se le proporzioni sono mutate. Nella sostanza cambia però poco, dato che Russia Giusta, nato nel 2007 da una costola del partito del potere, non metterà certo i bastoni tra le ruote del tandem, anche se chiederà qualcosa in cambio. Ma questi sono meccanismi ormai affinati da anni dentro e fuori la Duma.

Paradossalmente il risultato in decrescita può essere girato in maniera positiva da Putin, che può scaricare le colpe su Medvedev (la sua popolarità si mantiene sufficientemente alta) rafforzando al prossimo giro di spoil system la propria posizione, con gli effetti collaterali che ne seguiranno sia per quel riguarda la politica interna che quella estera. Si tratta però solo di supposizioni: maggiore chiarezza si avrà con la composizione del nuovo governo, guardando i nomi dei ministri che saranno nelle posizioni chiave.

È probabile che nei prossimi mesi, sino alle presidenziali di marzo, ma anche oltre, cambi in ogni caso poco, dato che le riforme tanto sbandierate e attuate in minima parte potrebbero irritare ancora di più un elettorato già inquieto. La rielezione di Putin è cosa scontata, ma anche alla luce del risultato alla Duma il futuro presidente dovrà davvero fare i conti con il suo popolo, che gli ha mandato un messaggio ben chiaro: cambiare rotta.

(Linkiesta)