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UE, ANKARA SPERA IN BERLINO

L'occasione è stata di quelle solenni, i 50 anni dalla stipula dell' accordo fra Germania e Turchia per l'immigrazione dei cittadini turchi nella Bundesrepublik del miracolo economico. Ma le visite di Recep Tayyip Erdogan in terra tedesca non sono mai momenti di semplice celebrazione e si caricano sempre di polemiche e tensioni che lo stesso premier turco ama sollevare. Così, anche questa volta, fra un bicchiere di prosecco bevuto con il presidente Christian Wulff e una stretta di mano scambiata con Angela Merkel, il dominus di Ankara non ha rinunciato alle esternazioni provocatorie e spigolose con le quali adora mettere sulla difensiva la controparte tedesca.

«La Germania non apprezza mai abbastanza il lavoro dei 3 milioni di turchi presenti nel suo Paese», aveva detto il 1° novembre in un'intervista alla Bild, tanto per mettere subito le cose in chiaro, «eppure, dai Gastarbeiter di 50 anni fa sono nati i 72mila imprenditori che oggi assicurano 300mila posti di lavoro e accademici e artisti che arricchiscono il panorama culturale tedesco. E proprio perché noi turchi proviamo sentimenti di gratitudine e di ammirazione per i tedeschi che ci sentiamo spesso lasciati soli dai suoi politici».

L'accusa di indifferenza rivolta alla Germania punta però in questa occasione a raggiungere un obiettivo tutto politico: quello di smuovere Berlino dalla posizione negativa verso l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Così al bastone, Erdogan ha alternato la carota. E come ha raccontato lo Spiegel, nell'intervento ufficiale tenuto davanti alla cancelliera il 2 novembre il premier turco ha aggiunto: «Cinquanta anni fa i lavoratori turchi hanno offerto non solo il loro lavoro, ma anche la loro buona volontà. E in questi 50 anni voi tedeschi avete dato una patria a degli stranieri». Un crescendo retorico culminato in una frase ad effetto, di quelle destinate a restare nella storia delle visite ufficiali, tanto più che Erdogan l'ha scandita in tedesco: «I nostri Paesi appartengono l'uno all'altro». Un po' John Kennedy, un po' Willy Brandt. Al primo appartiene il marchio del celebre «Ich bin ein Berliner», scandito nel 1963 di fronte alla massa di berlinesi dell'ovest terrorizzati dalla costruzione del Muro, al secondo il più letterale «Ora torna a crescere assieme quel che si appartiene», pronunciato proprio all'indomani della caduta del Muro.

Insomma Erdogan ha pescato con astuzia nella bisaccia della memoria berlinese per chiedere al governo di Berlino un passo coraggioso e chiaro verso l'obiettivo che Ankara ormai insegue da decenni, l'ingresso nell'Unione Europea: «La Germania è quel Paese da cui ci attendiamo soprattutto il sostegno».

Se questo appello riuscirà a rimuovere gli ostacoli che Berlino frappone alla piena membership turca nell'Ue, è presto per dirlo. Angela Merkel non è politico da lasciarsi troppo condizionare dai sentimentalismi e un eventuale cambio di rotta nella politica europea tedesca avrà bisogno di lunghi tempi di maturazione. Nel suo intervento successivo a quello di Erdogan, la cancelliera non ha in alcun modo toccato l'argomento e non le è passato neppure per la mente di cercare uno spunto originale rispetto al canovaccio prestabilito per cogliere l'assist del suo ospite. «Angela Merkel ha elogiato la capacità di integrazione mostrata dai lavoratori turchi in Germania», ha proseguito lo Spiegel, «ma ha anche rilevato che non tutti i problemi sono stati risolti e che permangono alcuni deficit. E ha indicato nell'istruzione e nell'apprendimento della lingua tedesca i mezzi cui le famiglie di origine turca devono ricorrere per raggiungere una completa integrazione».

Resta dunque sullo sfondo, almeno per Berlino, la questione della Turchia nell'Ue. Dagli incontri bilaterali che sono seguiti alla cancelleria, è trapelato solo un laconico dispaccio: la Germania sarebbe pronta ad aprire un nuovo capitolo di trattativa nei colloqui sull'ingresso turco nell'Ue, ma solo quando ce ne saranno le condizioni. Eppure, come ha evidenziato lo stesso magazine in un altro articolo, «il Paese è testimone ormai da anni di una crescita economica formidabile, tanto da essersi ormai guadagnata l'appellativo di Cina europea». Un certificato di buona salute che potrebbe essere prezioso per un continente alle prese con la crisi finanziaria e con dati di crescita molto deludenti: «Sebbene la ricchezza economica pro-capite dei turchi sia un quinto rispetto a quella dei tedeschi, la Turchia è in pieno boom economico. Erdogan può fare conto su tassi di crescita tra l'8 e il 9%, mentre la Germania deve accontentarsi per l'anno in corso di un misero 1%. E il deficit pubblico di Ankara misura il 41,2% del prodotto interno lordo (Pil), quasi la metà della media dei Paesi dell'Unione e ben distante dal 120% dell'Italia».

Una performance che ha convinto di recente Standard & Poor's a rivalutare il rating di Ankara, e anche questa è una notizia che può fare invidia a molti Stati europei. Nonostante la politica estera turca sia alla ricerca di nuovi spazi geografici su cui espandere la propria influenza, dal punto di vista economico resta fortemente legata all'Europa, dalla quale dipendono la maggior parte dei commerci. E anche per questo Berlino non potrà eludere ancora per troppo tempo l'appello che Erdogan ha riproposto nella sua visita tedesca. Un sì o un no, ma questa volta chiaro e argomentato.

(Pubblicato su Lettera43)