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Italia a rischio, paura a Est

Pubblicato da Europa il 29 settembre 2011

Ansia nell’Europa centro-orientale per la sorte dei tanti investimenti che il paese ha effettuato nell'epoca post-'89

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Cartolina di Timisoara, la città dell'altra Europa dove l'Italia è più presente

Siamo indebitati, non cresciamo, non abbiamo idee. Molto semplicemente: siamo a rischio. Il “caso italiano” tiene banco. A Bruxelles, tra la comunità degli economisti, in borsa e sulla grande stampa specializzata internazionale.

L’Italia sarà la prossima a saltare? Questa la domanda che Wall Street JournalEconomist, analisti, funzionari comunitari e governi dell’Europa occidentale si pongono, un giorno sì e l’altro pure. Il tutto è aggravato dalla situazione politica, che è quella che è. Ma lasciamo stare questo tasto dolente.

Timori e preoccupazioni non sono avvertiti, tuttavia, solo in queste sedi. Anche nell’Europa centro-orientale e balcanica si guarda con estrema attenzione alla nostra infelice parabola. Qualche giorno fa Jan Rostowski ha spiegato le pesanti implicazioni dell’eventuale crack. Attenti, perché se salta l’Italia salta tutta l’eurozona. La Grecia è marginale, l’Italia è un’altra storia. Questo, grosso modo, il senso del suo intervento di Rostowski, pronunciato nel corso di una conferenza a Krynica, Polonia meridionale.

Ovvio, la crisi che l’Italia sta vivendo è in primo luogo legata alle sorti e alla tenuta della moneta unica. Ma incide, anche, sulle prospettive della Polonia e di molti altri stati dell’Europa centroorientale e balcanica. Il punto è che in queste due regioni l’Italia, negli ultimi vent’anni, ha effettuato investimenti importanti. Tanto che, guardando ai numeri, possiamo tranquillamente dire che l’Est è la nostra “officina”. Nell’Europa centro-orientale operano 4mila imprese italiane, numero che quadruplica – questo è un dato che fa riflettere – quello delle aziende presenti in Cina. La Fiat sforna più automobili in Polonia che in Italia. Insieme alle imprese ci sono gli istituti di credito. Unicredit e Intesa San Paolo, la prima in particolare, hanno comprato banche o quote di banche, sia “oltre cortina”, sia oltre Adriatico, dove, a proposito di Fiat, la produzione negli impianti serbi di Kragujevac procede a buoni ritmi.

Morale: con tutto quello che abbiamo investito e con la crisi che stiamo passando, c’è il timore, nelle altre capitali dell’Est, che gli italiani possano battere in ritirata, procurando più d’un qualche grattacapo alle economie locali? «Sicuramente non ci si sente tranquilli. È evidente che tutti i canali – export, investimenti diretti e banche – che scandiscono i rapporti economici tra l’Italia e l’Est hanno risentito e potranno risentire della crisi. Qualche azienda ha chiuso la propria filiale all’Est. Ma questo, considerato il contesto, è fisiologico. Bisogna considerare, dall’altro lato, che altri si sono invece espansi, preferendo alleggerire le attività presso la casa madre, in Italia. Quanto agli istituti di credito, finora non si sono avvertiti casi di imprenditori che hanno manifestato preoccupazione sui depositi, né le nostre banche hanno congelato le attività nella regione. Al momento non siamo giunti a livelli di panico. Resta il fatto che qualche turbamento c’è», spiega a Europa una fonte bancaria.

In una recente analisi, Roubini Global Economics (Rge) ha ragionato sul rapporto tra l’Italia e l’Est ai tempi della crisi, sostenendo che i paesi più esposti al “contagio” attraverso i canali commerciali sono Romania, Bulgaria e Serbia, dove le importazioni dall’Italia si attestano su valori compresi tra l’11 e il 15 per cento. A rischiare di più è la Bulgaria, molto esposta anche sul versante dell’interscambio con la Grecia. Gli analisti di Rge si sono soffermati anche sul comparto bancario, stralciando senza indugi l’ipotesi di ritirata dalla regione, ma non escludendo una possibile contrazione del credito da parte delle affiliate di Unicredit e Intesa San Paolo, che andrebbe a incidere su un settore, quello dei prestiti, già – così Rge – “anemico”.

Se vogliamo capire più a fondo il quadro, può tornare utile spostare l’attenzione sulla Romania, un caso unico, eccezionale, per quanto riguarda la penetrazione italiana. Sono 28mila, infatti, le aziende a capitale italiano che operano nel paese. Con Timisoara, culla della rivoluzione romena dell’89, che recita la parte del leone in termini di imprese attive sul territorio. «Le nostre aziende contribuiscono al 5 per cento del prodotto interno lordo romeno», riferisce Giulio Bertola, delegato relazioni esterne di Confindustria Romania.

Lo tsunami finanziario s’è abbattuto anche sul paese carpatico. I numeri parlano chiaro: prima della crisi il Pil cresceva a una media del 5 per cento. Nel 2009 c’è stata una caduta vertiginosa e si è passati dal 7 al -7 per cento. «A risentirne – racconta Bertola – sono state principalmente le piccole e medie imprese. Molte, non avendo capitalizzazioni significative alle spalle, hanno dovuto chiudere. Incluse quelle italiane. Sono tanti gli imprenditori che hanno abbandonato la Romania, anche se c’è da dire che altri verranno, dato che qui c’è ricambio continuo».

Crescita e occupazione, manco a dirlo, hanno subito conseguenze di rilievo. C’è da credere, insomma, che da Bucarest la situazione italiana venga monitorata con costanza. Eppure non c’è unicamente insicurezza. Sullo sfondo iniziano a emergere, tangibilmente, prospettive di rilancio. «Il governo romeno è corso ai ripari, varando una riforma del lavoro, molto flessibile, che favorisce le assunzioni e l’emersione dal sommerso. Dopo l’entrata in vigore delle nuove norme, lo scorso aprile, sono stati registrati nell’arco di un solo mese 300mila contratti. Questo, insieme a una tassazione vantaggiosa, al 16 per cento, hanno permesso al paese di tornare a crescere. Nel primo trimestre 2011 il Pil è salito dell’1,7 per cento».

Volendo concludere: il “caso italiano” c’è tutto, anche se va iscritto in una crisi di dimensione mondiali. L’Italia, però, è messa peggio di altri. Niente panico, ma a Est ci tengono d’occhio.

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