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KHODORKOVSKY, LETTERE DALLA GALERA

Da quando è dietro le sbarre la sua occupazione principale è scrivere. Lettere, saggi, libri, articoli. E poi ci sono le interviste che periodicamente concede tramite i suoi avvocati ai media occidentali sempre ben disponibili a lasciargli spazio. Le parole di Mikhail Khodorkovsky, il più illustre ospite delle carceri russe, ex capo del colosso energetico Yukos, arrivano nero su bianco.
Talvolta a puntate singole, come i fittizi colloqui con i giornalisti europei; talvolta in blocco, in forma di libro, come quello appena uscito in Germania e intitolato Briefe aus dem Gefängnis (Lettere dalla prigione).

E da poco l’oligarca caduto in disgrazia è anche diventato una firma di Novoe Vremia, periodico moscovita particolarmente attento alle questioni dei diritti civili e politici in Russia. La prima uscita è dedicata a storie di galera, alle persone che il tycoon inviso al Cremlino ha incrociato durante gli otto anni che ha trascorso in prigione. A gente strana ma interessante, sullo sfondo di un drammatico spaccato di giovani vite bruciate tra crimini e droghe. Non è ancora sicura la cadenza dei racconti che Khodorkovsky pubblicherà, ma non è difficile intuire che con la campagna elettorale per le elezioni parlamentari di dicembre appena iniziata, l’ex numero uno del gigante del petrolio è pronto a far sentire la sua voce e i suoi commenti.

Khodorkovsky è uno di quei personaggi che fa più rumore oggi imprigionato che non ieri, quando prima di scontrarsi con Vladimir Putin era uno dei timonieri dell’economia post-sovietica e dirigeva silenziosamente la baracca alle spalle di Boris Eltsin con gli altri oligarchi guidati dall’eminenza grigia Boris Berezovsky. Allora non scriveva e i media non si preoccupavano dei suoi affari. Nel libro pubblicato in tedesco ha ripercorso anche gli anni selvaggi di quel turbo capitalismo che lui come altri è riuscito a cavalcare, in maniera non sempre limpida, infilandosi nei buchi di una legislazione inadeguata che ha dato alla luce un’architettura malata di cui lui stesso è stato prima artefice e profittatore, poi vittima.

E così, la Russia degli Anni 90 in cui ha sguazzato senza che gli occhi occidentali si posassero troppo a lungo su di lui e sui suoi compari, si è trasformata in Lettere dalla prigione nel mostro che lo ha rinchiuso, vittima di una giustizia al soldo del potere. Khodorkovsky, sbattuto in celle tra Mosca, la Siberia e la Carelia, è riuscito da carcerato a far cadere su di sé quegli sguardi che prima lo evitavano e lui stesso riusciva a schivare con facilità. Ora, più all’estero che in Russia, dove gli oligarchi - usando una parafrasi eufemistica - non godono di buona reputazione, è diventato quasi una star mediatica, simbolo di un sistema che fagocita i suoi figli.

Martire sacrificato sull’altare di Vladimir Putin? Lui non ha dubbi. Ma ha dovuto subire un duro colpo quando lo scorso maggio la Corte europea dei diritti dell’uomo ha rifiutato un suo appello e ha dichiarato in sostanza che non può essere considerato un perseguitato politico. I giudici europei non hanno riconosciuto la natura politica del processo che ha subito, anche se hanno condannato lo Stato russo a versargli 10 mila euro per danni morali subiti per l’arresto e la detenzione avvenuta prima del procedimento al termine del quale è stato condannato a otto anni di reclusione.

All’inizio di Lettere dalla prigione la citazione di Putin: «Le mani di Khodorkovsky grondano sangue, il suo posto è la galera». Più avanti l’autore ha scritto: «Ci siamo rappresentati la democrazia come un miracolo che potesse risolvere tutti i nostri problemi, senza che noi dovessimo fare qualcosa». Erano i tempi in cui insieme con gli altri oligarchi faceva il bello e il cattivo tempo tra gas, petrolio ed elezioni pilotate. Nel libro non viene mai spiegato davvero perché il suo destino si sia scontrato con quello del presidente. Il duello l’ha vinto comunque Vladimir Vladimirovic, e pure i prossimi numeri di Novoe Vremia non cambieranno in fondo nulla. Forse aggiungeranno un po’ di pepe in vista delle presidenziali del 2012.

(Lettera 43)