Vai al contenuto

EUROCRISI, LA GRECIA ORA FA PAURA

In una Germania alle prese con lo scontro ormai aperto tra "banchieri" e "politici" sulla gestione della crisi dei debiti sovrani da parte della Banca centrale europea, si fa strada l'idea di romprere anche uno degli ultimi tabù e di prendere in considerazione l'ipotesi che la Grecia possa fallire.

I quotidiani del 12 settembre hanno riportato indiscrezioni, voci e speculazioni raccolte nel fine settimana negli ambienti governativi tedeschi che testimoniano il cambio d'umore all'interno del gabinetto di Angela Merkel: «Nei corridoi dei ministeri competenti si parla sempre più esplicitamente della possibilità di bloccare gli aiuti alla Grecia», ha scritto l'Handelsblatt, «e a Berlino come a Bruxelles vengono già definiti i piani per gestire la bancarotta del Paese». Un ruolo centrale lo giocherebbe l'ombrello salva Stati (Efsf) che con i nuovi strumenti dovrebbe evitare una fatale reazione a catena sugli altri Stati dell'eurozona.

L'intervento del ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble al Bundestag era stato rivelatore: alla Grecia ricordiamo che senza le riforme non arriveranno neppure i soldi. La dose di pazienza verso Atene si sta consumando, le difficoltà del premier George Papandreou a portare avanti il piano di salvataggio incontrano sempre meno comprensione e, secondo informazioni raccolte dal quotidiano economico direttamente nell'entourage di Schäuble, l'ipotesi di bloccare la nuova tranche degli aiuti alla Grecia si fa sempre più concreta. Allo studio ci sono ormai i piani per gestire la bancarotta di Atene: «Se dovessero andare in difficoltà le banche, si interverrà con gli strumenti offerti dal nuovo e allargato ombrello salva Stati», ha proseguito l'Handelsblatt, «un fallimento del Paese ellenico può essere controllato, se la politica mantiene i nervi saldi e il pacchetto Efsf verrà approvato dai parlamenti nazionali come previsto».

Alle soffiate di corridoio si sono aggiunte le prime dichiarazioni esplicite di un esponente del governo di Berlino. Sono quelle di Philipp Rösler, il nuovo leader dei liberali e soprattutto neo vice cancelliere e ministro dell'Economia, che in un articolo nell'edizione del 12 settembre della Welt non ha escluso la possibilità di un'insolvenza della Grecia: «Al fine di stabilizzare l'euro non possiamo più permetterci di avere pensieri proibiti», ha scritto, «per cui non non si può più escludere la possibilità di un'insolvenza guidata della Grecia se abbiamo a disposizione gli strumenti necessari a gestirla».

I programmi di consolidamento di Atene non procedono come previsto: secondo i tedeschi, le misure finora adottate sono insufficienti e spesso prese in ritardo, Papandreou non sembra in grado di ottenere il consenso popolare necessario e anzi sbanda sotto l'incalzare delle proteste e anche la nuova tassa sugli immobili, adottata in un concitato consiglio dei ministri tenutosi straordinariamente il 10 settembre a Salonicco, non sembra convincere più di tanto Berlino. La crisi sull'Egeo è più profonda del previsto e ha intaccato le basi dell'economia ellenica: la recessione appare inarrestabile, le stime sulla crescita del 2011 sono state riviste pesantemente al ribasso (da -3,8 a -5%), le conseguenze saranno meno introiti fiscali e più spesa per l'assistenza sociale. Ormai è un circolo vizioso: il ministro delle Finanze greco Evangelos Venizelos ha già detto che la Grecia ha bisogno quest'anno di 2 miliardi di euro aggiuntivi per raggiungere gli obiettivi di bilancio.

Angela Merkel tenta di gestire il conflitto, divenuto pubblico con le dimissioni di Jürgen Stark dalla Banca centrale europea, tra i difensori della stabilità finanziaria e quelli che vengono definiti i salvatori dell'euro. In un'intervista al Tagesspiegel nell'edizione domenicale dell'11 settembre, aveva da un lato sottolineato «che i futuri crediti ad Atene sono indissolubilmente legati al fatto che quel Paese svolga i compiti di risanamento che gli sono stati assegnati», dall'altro rivendicato come «l'inserimento di un freno costituzionale al debito pubblico da parte di molti parlamenti nazionali testimoni un confortante passo in avanti: solo un concertato lavoro comune degli Stati membri può aiutare l'Unione Europea a mantenere la sua moneta e uscire dalla crisi».

Ma le divisioni all'interno del mondo tedesco non dividono in maniera netta "banchieri" e "politici". Anche tra questi ultimi cresce l'insofferenza per i comportamenti ambigui dei Paesi debitori. La Csu, costola bavarese cristiano-sociale della Cdu, ha elaborato un documento molto più duro sulla questione euro: «I Paesi membri che non si attengono alle linee comuni della disciplina di bilancio creando difficoltà all'euro, devono anche mettere in conto di dover lasciare l'unione monetaria».

(Pubblicato su Lettera 43)