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ABKHAZIA, STATO CHE NON C’È

Ma quante ne sapete sull’Abcasia? Da poco nella sua capitale, Sukhumi, si è festeggiato l’anniversario dell’indipendenza e i cittadini sono andati alle urne per le elezioni. Ma esiste o non esiste questa repubblica che ha un presidente, un inno, dei confini e rilascia persino visti consolari? Il numero dei Paesi che la riconoscono come Stato indipendente è piuttosto magro: sono appena quattro: Russia, Venezuela, Nicaragua e la microrepubblica oceanica di Nauru. Nel giugno scorso c’è stato anche un intrigo. Sukhumi ha annunciato di aver ottenuto il riconoscimento internazionale di Vanuatu, altro arcipelago di 82 isolotti vulcanici del Sud Pacifico. Ma, tre giorni dopo, Donald Kalpokas, l’ambasciatore di Vanuatu all’Onu ha negato che fosse vero.

A qualcuno va persino peggio (Cipro Nord è riconosciuto solo dalla Turchia; Transnistria e Nagorno-Karabakh da nessuno), a qualcuno dei nuovi Stati va meglio (il Kosovo è a quota 81 riconoscimenti). Anche la vicina Ossezia del Sud, altro staterello secessionista dalla Georgia è ferma a quota quattro (gli stessi Paesi dell’Abcasia).

Il fatto è che su questo angolo di Caucaso affacciato sul Mar Nero si gioca un poker tra Mosca e Washington, che puntano e bluffano, rischiando tutto, tanto giocano sulla testa degli abcasi. Abcasi che, dopo la dissoluzione dell’Urss nel 1991, avevano ingaggiato una guerra per ottenere l’indipendenza dalla Georgia, separandosi di fatto da Tbilisi, mai ottenendo però il riconoscimento di qualcuno. Fino a che la guerra del 2008 aveva dato l’occasione al Cremlino e ai due staterelli di considerare quel lembo di terra caucasica una nazione a se stante.

Da una parte il presidente georgiano Mikheil Saakashvili aveva tentato con le maniere forti di reintegrare le regioni ribelli (Abcasia e Ossezia del sud), dall’altro Sukhumi e Tskhivali avevano ottenuto l’appoggio di Mosca. Spettatore non troppo neutrale era stato Washington, che dalla Rivoluzione delle rose aveva trovato nel nuovo capo di Stato a Tbilisi un alleato fedele ma un po’ troppo esuberante. La commissione Tagliavini, un anno dopo la fine del conflitto, aveva indicato nella Georgia l’assalitore, nei russi i difensori che si erano trasformati poi in invasori. Con il risultato che il puzzle caucasico si era arricchito di due opachi tasselli. Poco importa, ora, che la comunità internazionale non riconosca l’Abcasia: nel Paese che non c’è (grande più o meno come l’Umbria e popolato da meno di 200 mila persone). Il 26 agosto si è festeggiato il terzo anniversario dell’indipendenza e si sono tenute le elezioni per eleggere il nuovo capo di stato. Sergei Bagapsh, il presidente morto improvvisamente un paio di mesi fa, è stato sostituito da Alexander Ankvab, che ha ricevuto immediatamente le congratulazioni di Dmitrij Medvedev.

Insomma, l’Abcasia che non esiste ha eletto un presidente non riconosciuto da nessuno, e qualcuno in Occidente si è subito preoccupato di sottolineare che Sukhumi non è capitale di nessuno Stato e non ci sono nuovi presidenti a cui mandare messaggi di felicitazioni. Curiosamente, se da una parte è stato il Cremlino a dare il primo segnale, dall’altra è stata la Nato a scoprirsi: il segretario generale Anders Fogh Rasmussen ha voluto esprimere chiaramente il concetto che l’Alleanza Atlantica supporta «la sovranità e l’integrità territoriale della Georgia e i confini internazionalmente riconosciuti» e le elezioni «non contribuiscono a trovare una soluzione pacifica».

Al freddo danese Rasmussen ha risposto l’ambasciatore russo alla Nato Dmitrij Rogosin, tipo piuttosto focoso abituato a non mandarle a dire, affermando che «se l’Alleanza dice di non riconoscere le elezioni in Abcasia, noi non riconosciamo alla Nato il diritto di riconoscere o non riconoscere elezioni, non solo in Abcasia».

Scioglilingua da Guerra fredda non del tutto campato per aria. La Nato non è infatti l’Osce. Sulla questione si è fatta anche sentire comunque anche l’Unione europea, tramite la poco appariscente baronessa Catherine Ashton e il presidente del Parlamento Jerzy Buzek che si sono richiamati al diritto internazionale secondo cui l’Abcasia è parte integrante della Georgia. Cioè non esiste. Cosa difficile ormai da far capire a chi abita da quelli parti ed è andato pure a votare. La realtà è che Sukhumi (e Tskhinvali, capitale dell’Ossezia) se ne sono andate e molto probabilmente non torneranno mai sotto Tbilisi. Un po’ lo stesso modello di Nicosia, e Cipro, che da 37 anni è divisa, con i soldati di Ankara (membro della Nato) che occupano illegalmente, di fatto, un pezzo di Ue. Paradossi di un’Europa che non c’è quando ci sono da risolvere conflitti di questo tipo e di cui il caso dell’Abcasia è solo l’ultimo esempio.

(Linkiesta)