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L’ANIMA DI BERLINO APPESA AL MURO

Articolo di Pierluigi Mennitti

Tra i resti del vecchio confine di cemento una lunga sfilza di aste di acciaio completa i vuoti lasciati 20 anni fa da ruspe e scalpelli. E riannoda memorie e divisioni: un po’ come se il Muro fosse tornato a dividere vite e destini della Bernauer Strasse, la via che spaccava la città
Invece è semplicemente un surrogato: il nuovo memoriale, nel centro di Berlino, è l'unico luogo dell'ex capitale divisa in cui il racconto dell’involontario monumento che la rese famosa per 28 anni resta duro e drammatico. Qui non ci sono i graffiti degli artisti alternativi che ornano la East side gallery o le riproduzioni disneylandiane delle garritte militari come al Checkpoint Charlie o ancora i figuranti travestiti da soldatini americani e sovietici che sorridono nelle foto dei turisti davanti alla Porta di Brandeburgo.
Qui la memoria è storia, e la storia del Muro fu soprattutto separazione e morte.

A 22 anni dalla notte del 9 novembre 1989, di quel Muro è rimasto ben poco. Qualche spuntone qua e là, nascosto nella boscaglia in aree non ancora conquistate dall'ansia della ricostruzione o nascosto assieme alle torretta di avvistamento dietro palazzi moderni, la lunga striscia artistica della East side gallery. Altri blocchi artificiosamente riportati in luoghi simbolici a uso e consumo dei turisti che ancora vagano per la Berlino riunificata chiedendosi dove sia il Muro, ignari del fatto che questa città ha nel suo Dna l'abitudine di travolgere urbanisticamente le tracce delle proprie esperienze, spesso tragiche, una volta che siano state consegnate alla storia.

È dunque quasi un miracolo che i resti sulla Bernauer strasse siano sopravvissuti alla furia iconoclastica dei berlinesi. E qualche anno fa, mentre il Comune si affaticava a creare tecnologiche video guide portatili per turisti, con l'intento di restituire vita virtuale alla muraglia scomparsa, la fondazione Gedenkstätte berliner Mauer ottenne il permesso di realizzare attorno a questi resti un memoriale che rendesse giustizia al tormento di migliaia di famiglie.
Il progetto vincente è diventato realtà, giusto in tempo per le celebrazioni del cinquantenario della costruzione. Su questo enorme stradone, che oggi segna semplicemente la divisione fra i quartieri Mitte e Wedding nel nord di Berlino, nelle settimane successive alla notte fra il 12 e il 13 agosto 1961 si sono svolte le scene più drammatiche e commoventi.

Sulla Bernauer Strasse il confine attraversava palazzi e abitazioni, si intrufolava negli appartamenti separando stanze da letto e cucine, imprigionava la chiesa e il cimitero del quartiere: se le vie laterali di accesso venivano sbarrate dai mattoni, per bloccare le case e i loro inquilini era necessario murare le finestre. Fu un'operazione che durò a lungo e, nel corso delle prime settimane, non mancarono avventurosi tentativi di fuga. Come quello di Olga Segler, allora 77enne, che nell'ultimo secondo disponibile, mentre i vopos già facevano irruzione nel suo appartamento per chiudere ogni varco, si lasciò cadere dalla finestra sulla Bernauer strasse sperando di guadagnare la libertà atterrando sul telone di salvataggio dei poliziotti di Berlino Ovest. Il telo non resse il peso dell'anziana signora e oggi una lapide sul selciato, di fronte allo spazio in cui sorgeva il suo civico 34, ricorda una delle prime vittime del Muro.

C'è anche un altro sacrario, con le foto di altri fuggitivi freddati lungo il confine dai fucili delle guardie di frontiera autorizzate per legge a sparare contro chi voleva tradire il proprio Paese e il socialismo: immagini formato tessera, luoghi e date di nascita, date di morte. A qualcuno, un parente o un amico ha lasciato un fiore. Poi ci sono i resti del complesso di fortificazione che spuntano dal prato verde, come fossero reperti di un'area archeologica dalla quale sono spuntate testimonianze di un passato lontano. Lo spazio del memoriale racchiude uno spaccato di come divenne il sistema difensivo nel corso degli anni. Alla prima rudimentale costruzione in mattoni, si succedette nel tempo un vero e proprio sistema invalicabile, fatto di due muri paralleli costituiti da 45 mila lastre di cemento fortificate alte tre metri e sormontate da una copertura rotondeggiante per evitare lo scavalcamento. Tra i due muri scorreva la terra di nessuno, una lunga striscia di sicurezza tagliata da una barriera metallica alta dai tre ai quattro metri, intervallata da 300 torri di guardia, fili ad alta tensione, 22 bunker, telecamere a circuito chiuso, cani poliziotto alloggiati in 232 cucce posizionate in punti strategici, una trincea anti-veicoli e una lunga fila di riflettori pronti a illuminare a giorno l'intera area.

Dal 1961 al 1975 ci furono quattro interventi di sofisticazione sul Muro e nel corso degli anni i tentativi di fuga divennero sempre più rari. Anche la Bernauer strasse cambiò volto: la fila di abitazioni con le finestre murate venne abbattuta, perché dai loro anfratti ogni tanto qualcuno tentava ancora l'impossibile e nel 1986 venne rasa al suolo anche la chiesa, ultima vittima della messa in sicurezza del confine di Stato. Quello che era stato propagandato da Walter Ulbricht come il vallo di difesa antifascista per salvaguardare la Ddr dall'influenza delle potenze capitalistiche rivelò alla fine la sua efficacia: in realtà era stato costruito per arrestare l'emorragia di forza lavoro, giovane e qualificata, che da Est si riversava a Ovest, attratta dai primi risultati del miracolo economico tedesco-occidentale, attraverso l'unico passaggio ancora legale in tutta la Ddr, quello di Berlino.

Nel centro di documentazione realizzato accanto al memoriale, i grafici sul flusso migratorio testimoniano il rischio di collasso corso dalla giovane dittatura comunista all'inizio degli Anni 60: i magri risultati dell'economia socialista impallidivano di fronte ai numeri di quella capitalista e, nei primi sette mesi del 1961, 130 mila persone avevano abbandonato il Paese aggiungendosi alle centinaia di migliaia degli anni precedenti. Fu per affrontare questa emergenza, economica più che politica, che i dirigenti della Ddr decisero di innalzare il Muro a Berlino e chiudere così definitivamente ogni via di fuga verso Occidente.

La passione dei tedeschi per gli anniversari storici si spiega soprattutto con la tendenza a ridiscutere e rivisitare i periodi del proprio passato. Tutto quello che viene cancellato dalla nuova urbanistica, sopravvive nei libri, nelle mostre e nei dibattiti, in genere affollatissimi. La storia della città divisa, punto di frontiera nell'epoca della Guerra Fredda, è stata al centro di tre anniversari che si sono susseguiti negli ultimi tre anni, tutti in qualche modo legati al Muro: nel 2009 il ventennale della caduta, nel 2010 il ventennale della riunificazione e ora il cinquantenario della costruzione. E il confronto più acceso verte sul bilancio di quel che è accaduto una volta che le due metà di Berlino hanno potuto riabbracciarsi e, come aveva auspicato Willy Brandt, crescere di nuovo assieme.

Gli anni della riunificazione sono stati entusiasmanti e difficili allo stesso tempo. Ma Berlino li ha vissuti con più intensità rispetto al resto della Germania, perché le trasformazioni hanno inciso sul tessuto vivo di un organo siamese: il cuore diviso di un Paese diviso. Le ricostruzioni urbanistiche sono state gigantesche, la città è stata riannodata lungo le faglie di rottura, la politica è sbarcata in massa per farne il nuovo centro del Paese, le grandi piazze come Potsdamer Platz sono rispuntate dal nulla della terra di nessuno, quartieri un tempo sui lati opposti dell'ideologia sono tornati a vivere assieme.
Suturate le cicatrici, la città si è scoperta diversa, forse anche più di quel che avrebbe desiderato. In un ventennio ha dovuto digerire trasformazioni per le quali sarebbe stato necessario più tempo. Molti quartieri sono stati rimescolati, il fenomeno della gentrificazione ha sconvolto gli habitat di popolari quartieri dell'Est come Prenzlauer Berg e Friedrichshain, un tempo covi di artisti ribelli e antagonisti sociali e oggi trasformati in schiccosi luoghi di aggregazione per giovani famiglie benestanti immigrate da ogni angolo dell'occidente tedesco ed europeo.

Così come il Drang nach Osten ha impoverito i quartieri borghesi e tradizionali di Berlino Ovest, svuotandoli di quell'atmosfera tranquilla e bohemien inevitabilmente legata a un'altra epoca. È significativo che il cinquantenario della costruzione del Muro si incroci con un altro anniversario cittadino, il 125esimo anno dalla realizzazione del Kurfürstendamm, il grande boulevard con il quale il Kaiser volle regalare a Berlino una via paragonabile agli Champs-Élysées parigini. Negli anni della Guerra Fredda, il Kudamm, come lo chiamano affettuosamente i berlinesi, aveva rappresentato la vetrina dell'occidente, la faccia sfavillante e moderna del modello capitalista trionfante e oggi che la riunificazione si è portata a Est glamour e turisti, langue tristemente incapace di reinventarsi un nuovo ruolo.

Resta infine il vero problema di Berlino, la capitale più atipica d'Europa, dove i giovani accorrono affascinati dalle opportunità artistiche, dai bassi affitti e dal tenore di vita abbordabile: la difficoltà di attirare affari e imprese, e quindi lavoro. Nonostante i rapporti la indichino spesso come il cuore della nuova Europa, dotato di infrastrutture adatte a impiantare business, Berlino resta in coda al resto del Paese quando dalle statistiche sulla vitalità culturale si passa a quelle sull'attività industriale. I grandi nomi dell'imprenditoria tedesca guardano ancora altrove e il recente aumento dei prezzi degli affitti o dei beni alimentari riflette più l'immigrazione in città di fasce di nuovi ricchi che hanno fatto soldi da altre parti: una bolla artificiale semmai destinata a innescare problemi seri per i cittadini normali. I numeri della disoccupazione sono sempre i più alti fra i länder tedeschi, quelli del reddito pro-capite fra i più bassi, Berlino è la capitale dei percettori di sussidio economico e non riesce a scrollarsi di dosso quel passato di assistenzialismo di Stato con il quale è sopravvissuta, a Est come a Ovest, negli anni in cui c'era il Muro.

La Berlino che oggi riflette sul suo passato diviso e discute sul suo presente riunito, è una città in bilico tra un ruolo da protagonista fra le capitali mondiali e un provinciale ripiegamento su se stessa, sui suoi modi e sulle sue abitudini, sulle sue tradizioni ribelli a un mondo che corre senza sapere dove andare. E non è detto che il nodo verrà sciolto. In questa tensione tra la corsa al progresso che già affascinava i futuristi italiani all'inizio dello scorso secolo e una forte introversione, Berlino esprime la sua identità di città contraddittoria, gemella, da sempre capace di far convivere al suo interno due anime.

(Lettera 43)

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