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GEORGIA, TRE ANNI DOPO

La guerra dei cinque giorni, nell‘agosto del 2008, ha avuto effetti devastanti per la Georgia. Il tentativo di Mikhail Saakashili di ricondurre con la forza le repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud sotto il controllo totale di Tbilisi si è trasformato in un disastro geopolitico per il piccolo stato del Caucaso.

A tre anni dal conflitto le due repubbliche in questione, supportate dalla Russia, sono di fatto indipendenti, anche se riconosciute solo da Mosca e da un pugno di altre minuscole capitali. Ma che basti anche meno lo dimostra il caso di Cipro Nord, appoggiato nella comunità internazionale solo da Ankara, che è ormai un’entità a sè stante da 37 anni.

Paradossalmente si può dire che oggi la Turchia occupa militarmente un pezzo di Unione Europea, mentre la Georgia ha perso definitivamente quasi un quinto del proprio territorio. È infatti altamente improbabile che Sukhumi e Tskhinvali tornino sotto l’ombrello di Tbilisi.

Se la Russia non aspettava altro per tornare con prepotenza nel Caucaso, Saakashvili con la sua disgraziata strategia ha offerto al Cremlino il boccone sul piatto d’argento. Anche per questo il consenso del presidente è sceso notevolmente in questi tre anni, caratterizzati da proteste continue dell’opposizione.

Saakashvili, che ha indubbi meriti per aver liberalizzato l’economia e portato il paese in testa alle classifiche del Doing Business, ha però esagerato nelle tendenze accentratrici sul lato interno e sbagliato completamente l’approccio esterno con la Russia.

Dopo il rapporto della commissione Tagliavini - che nel 2009 ha smentito la sua versione iniziale dell’invasione russa e ha indicato nell’attacco georgiano in Ossezia meridionale la miccia che ha fatto precipitare la situazione scatenando la sproporzionata reazione russa – ha perso ogni credibilità.

A Mosca lo status quo non dispiace. Abkhazia e Ossezia del Sud hanno dimostrato in questi vent’anni dal crollo dell’Urss di star malvolentieri alle dipendenze georgiane e preferiscono aver migliori rapporti con il vicino maggiore.

La comunità internazionale non può far altro che stare a guardare. Gli esempi di Cipro o del Kosovo indicano che fatti certi passi è praticamente impossibile tornare indietro.

(Limes)