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UCRAINA, IL DESTINO DI YULIA TYMOSHENKO

Gli ottimisti sperano che la rivoluzione arancione non sia finita con il processo a Yulia Tymoshenko e gli ucraini che nel 2004 scesero in piazza per spazzare il regime di Leonid Kuchma possano ritrovarsi ancora una volta uniti dietro l’icona dalle bionde trecce che rischia di finire in galera per i prossimi 10 anni. I pessimisti temono che il presidente Victor Yanukovich, l’eterno rivale della lady di ferro, il presunto avvelenatore alla diossina di Victor Yushchenko, abbia invece ormai costruito un sistema al pari di quello di Alexander Lukashenko in Bielorussia o di Gurbanguly Berdymukhammedov in Turkmenistan, i nipotini giocherelloni di Stalin.

La verità è come sempre nel mezzo e se quella che è stata definita come la fine della dittatura di Kuchma e l’inizio della democrazia ucraina non è stata in realtà che un regime change che nulla ha mutato, oggi che gli equilibri interni sono cambiati la Tymoshenko dietro le sbarre non è tanto il simbolo della libertà che viene schiacciata, quanto il risultato di una resa dei conti tra gruppi di potere rivali. Questo lo sa bene l’ucraino medio, l’elettore disilluso che definisce la classe politica come un manipolo di banditi, che ha smesso da un pezzo di credere alle frottole di uno o dell’altro e si preoccupa in tempo di crisi dei propri affari e non certo delle disavventure giudiziarie dell’ex primo ministro. Almeno è questo ciò che è successo sino ad ora.

Da un anno e mezzo la Tymoshenko ha tentato di organizzare a ogni occasione buona la protesta di piazza contro Yanukovich e compagni, ma senza successo. Ha perso la credibilità quando è stata al governo e, secondo i sondaggi, prima dell’arresto, oltre il 60% della popolazione non si fidava di lei. Difficile che la gattabuia possa ribaltare la situazione e le strade si colorino spontaneamente di arancione.La Lady di ferro ucraina, vittima del sistema che ha costruito.Yulia Tymnoshenko è considerata, ed è, parte del sistema che lei stessa ha contribuito a costruire e adesso la distrugge. A poco sono serviti gli sguardi allarmati e i rimproveri della lobby filo arancione a Bruxelles e a Washington, che si sono incrociati persino con il richiamo di Mosca: dal Cremlino hanno fatto sapere che i contratti del 2009, quelli per i quali l’ex premier è sotto accusa per abuso d’ufficio, sono stati sottoscritti in maniera regolare da parte dei due contraenti. Non solo. Secondo il quotidiano moscovita Kommersant, ci sarebbero state addirittura minacce di conseguenze nel caso in cui la mano di Yanukovich fosse stata troppo pesante.

I giochi in questo caso si intrecciano. Da un lato c’è l’accusata che, ormai senza troppe speranze di tornare a fare la Giovanna d’Arco a casa propria, punta tutto sulla carta internazionale e sull’appoggio dell’Europa per evitare di cadere nel baratro, dall’altro il presidente che dice di non occuparsi del caso, ma intanto se la gode un po’ nel vedere l’avversaria sotto i colpi della giustizia. E poi c'è Mosca che non perde l’occasione per fare pressioni sulla Bankova con l’occhio non ai processi, ma al resto della partita. Checché se ne dica, Yanukovich si è dimostrato - nel suo anno e mezzo di presidenza - molto meno filorusso di come è stato descritto: ha portato avanti più della Tymoshenko ai suoi tempi l’accordo di associazione con l’Ue (anche se ora è in bilico), ha rifiutato l’invito del Cremlino a entrare nell’Unione doganale euroasiatica, ha resistito alle pressioni di Gazprom per la fusione con Naftogaz.
Tutto questo creando qualche mal di pancia ai russi, che con l’accordo di Kharkiv del 2010 (flotta-gas), credevano di essersi assicurati un’alleanza incondizionata. Ma a Kiev vanno per la loro strada, cercando di mantenere il piede in due scarpe. Strategia pericolosa.

Il teatrino estivo è però solo all’inizio, dato che bisognerà vedere innanzitutto come si concluderà il processo. La fine logica, e più probabile, è quella che vede la condanna della Tymoshenko, senza che finisca definitivamente dietro le sbarre. In questo modo, Yanukovich salverebbe la faccia di fronte a Bruxelles, darebbe una tregua anche al duello con Mosca e soprattutto, dopo la vendetta quasi consumata, vedrebbe la sua nemica al margine di un’opposizione di per sé già divisa e ancor più indebolita in vista delle elezioni parlamentari del 2012. Il signore della Bankova e il gruppo oligarchico che lo sostiene non vogliono correre rischi interni. Anche per non avere intralci nel trattare con Mosca e Bruxelles.

(Lettera 43)