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TV E POTERE, ADDIO AL MEDIENMOGUL LEO KIRCH

Articolo di Pierluigi Mennitti

 

Con la morte di Leo Kirch, il magnate televisivo tedesco che negli anni Ottanta aprì in Germania la strada alla televisione commerciale, si è chiusa una pagina della storia del Paese. «Una fase della storia tedesca in cui il dopoguerra giunge davvero alla fine», ha scritto la Süddeutsche Zeitung. Il Berlusconi tedesco aveva 84 anni e si è spento nella sua casa di Monaco. «In un tempo in cui i giovani archiviano i film preferiti nel telefono cellulare portato nella tasca di una giacca, la sua figura può apparire quantomeno anacronistica», ha commentato il quotidiano bavarese. «Ma la televisione di oggi», ha proseguito, «non sarebbe neppure immaginabile senza l'opera realizzata da questo figlio di un viticoltore, affascinato dall'impresa e dai media».

L'inventore della tivù commerciale tedesca

Nessuno ha modellato il mondo dei media tedeschi come lui. Dopo una breve esperienza con la tivù di Stato, decise negli anni Ottanta di farle concorrenza lanciando i canali commerciali finanziati con la pubblicità e non con il canone pubblico. «Il commerciante Kirch, che intendeva la politica come un prolungamento degli affari con altri mezzi, nel momento più alto del successo e del potere costituì il gruppo Sat-1, acquistò una parte delle azioni del gruppo Springer e, con le sue trasmissioni, incoronò con l'alloro la cancelleria di Helmut Kohl».

Kirch & Kohl, il binomio e l'intreccio politico-mediatico della Germania Ovest degli anni Ottanta, uno spaccato di potere economico e politico che ha segnato la stagione della ripresa economica dopo gli anni del terrorismo e delle ideologie, prima che la caduta del Muro di Berlino, la scomparsa della Repubblica democratica tedesca (Ddr) e la riunificazione cambiassero connotati ed equilibri del Paese. Sembra il riflesso di una storia italiana, il pendant d'Oltralpe della vicenda che legò Silvio Berlusconi a Bettino Craxi (un leader ancora discusso: leggi il commento di Lettera43.it) ed entrambi alla voglia di un Paese, l'Italia, di scrollarsi di dosso le vesti logore del monopolio televisivo di Stato cavalcando l'onda di un disimpegno fatto di leggerezza e divertimento. «Kirch non è un Berlusconi», ha ripreso la Süddeutsche desiderosa di fissare i paletti, «anche se ha mostrato una analoga capacità di comprensione del significato della profittabilità della creazione e della difesa di un impero mediatico. Berlusconi, l'archetipo del galletto miliardario, vuole ancora cambiare il mondo secondo le proprie convenienze».

 Al contrario «Kirch, il patriarca piccolo borghese, dal mondo voleva solo guadagnare, sebbene questo potesse significare anche sponsorizzare politici e in qualche modo interpretare la libertà di opinione alla sua maniera».
In verità, il discrimine fra i due personaggi è in quel 1994, quando Berlusconi decise di scendere direttamente nel campo della politica: allora le due storie, fino a quel momento quasi parallele, presero strade differenti («Io lo conoscevo bene»: Berlusconi visto da Giorgio Bocca). Ma la lettura degli anni Ottanta racconta ancora una volta una vicenda sorprendentemente simile fra Germania e Italia, nonostante le diversità culturali tra i due Paesi. Mentre Berlusconi decise di rilanciare, puntando sul tavolo più ambizioso della politica, Kirch si rassegnò a un lento ma inesorabile declino, imprenditoriale e personale (mentre il Cavaliere continua a rimandare la pensione: leggi). Gli ultimi anni li ha trascorsi provando a difendere, ostinatamente, il proprio onore di imprenditore, la memoria di un'epopea che ha avuto molti fan e altrettanti critici. «L'arte odierna di una televisione intellettualmente precaria non era certo stata immaginata né da Kirch né da Kohl», ha concesso la Süddeutsche, spostando l'analisi sullo stato attuale della tivù tedesca, «anche se loro possono esserne considerati gli ostetrici».

E naturalmente «non tutto quel che viene trasmesso dalle televisioni commerciali è brutto per definizione, così come purtroppo non tutto quel che viene trasmesso dai canali pubblici giustifica il pagamento del canone».
«In questo senso», è la considerazione della testata, «Leo Kirch non solo ha segnato con il suo ruolo di distributore di film la vita della televisione pubblica, ma ha anche influito come capo di quella privata sul pensiero e sulle azioni di molti uomini di tivù che oggi si aggirano tra Monaco, Mainz e Berlino».

Il suo nome resterà legato a questa fase dell'intrattenimento televisivo, nessuno come lui, in Germania, ha guidato la scoperta dei media come industria della consapevolezza: «E in tal senso, tutti i telespettatori di oggi portano dentro di sé un pezzo di Leo Kirch», ha concluso il quotidiano bavarese.

(Lettera 43)