Vai al contenuto

NOVAK, IL DJOKER DI BELGRADO

Ritratto di Novak Djokovic, il nuovo numero uno della racchetta. Al miracolo sportivo – la vittoria a Wimbledon – s’affianca quello politico: il tennista infatti sta aiutando Belgrado a conquistare crediti a livello internazionale e comunitario. Ancora una volta lo sport si conferma uno strumento aggiunto della diplomazia.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

Non c’è dubbio, almeno stando ai sondaggi: se Novak Djokovic si candidasse alla presidenza stravincerebbe, tanta è la sua popolarità, dimostrata ampiamente dal bagno di folla ricevuto ieri sera a Belgrado. Ma al momento il fenomenale tennista, fresco trionfatore di Wimbledon e nuovo numero uno al mondo, grazie proprio alla vittoria sull’erba inglese, non sembra nutrire ambizioni politiche e le poche volte che s’è sbilanciato sul suo futuro ha affermato che, una volta appesa la racchetta al chiodo, vorrebbe darsi al golf. Ma intanto c’è il tennis e ci sono altri grandi trionfi che l’attendono, dicono all’unisono coloro che di servizi, diritti, rovesci e passanti ci capiscono.

Insomma, Djokovic è destinato a dettare legge nei prossimi anni e a restare sul tetto del mondo, respingendo gli assalti dei rivali di oggi (Roger Federer e Rafa Nadal, quest’ultimo battuto in finale a Londra) e di quelli di domani. Anche perché ha dalla sua l’anagrafe, essendo nato nel 1987. Il 22 maggio, a essere precisi. A Belgrado, volendo completare il quadro. Niente politica, allora. A dire il vero, però, Novak Djokovic politica la sta facendo. Eccome. Le sue imprese sportive stanno infatti aiutando la Serbia a migliorare la propria immagine, in Europa e nel mondo. “Novak Djokovic ends Serbia’s days as pariah state”, ha scritto ieri, a questo proposito, il Telegraph. Il titolo è un po’ forte, se si pensa a come la Serbia si sia messa già da qualche tempo sulla giusta carreggiata. La cattura di Radovan Karadzic nel 2008 e quella recente di Ratko Mladic; la visita del presidente Boris Tadic a Srebrenica, l’anno scorso, per il quindicesimo anniversario dell’eccidio; il processo di riconciliazione con la Croazia e i progressi sul piano dell’integrazione in Europa indicano che Belgrado ha messo in fila passi importanti.

Tuttavia – e qui l’esagerazione del titolo del Telegraph ha un suo perché – sul paese gravano ancora dei pregiudizi e in certi ambienti politico-diplomatici, nonché a livello mediatico, s’insiste a inforcare la lente degli anni ’90 e a ritenere che la Serbia, in fondo, sia sempre la solita Serbia, nazionalista e cattiva. L’opinione pubblica, spesso, s’accoda. Il talentuoso Novak può contribuire a mitigare questi pregiudizi. «Per la nostra immagine Djokovic fa più di quello che la politica riesce a fare», ha detto lo scorso marzo l’ex ambasciatore serbo a Parigi, Predrag Simic, al Southeast European Times, sito d’informazione dedicato ai Balcani. Simic non ha torto. È che quella di Djokovic si configura come una di quelle classiche storie sportive che producono ricadute politiche. Positive, s’intende. Dipende, questo, sia dalle vittorie sul campo, sia dalla stessa personalità del nostro.

Il mago della racchetta è ironico – celebri le sue imitazioni degli altri tennisti, che gli sono valse il soprannome di “Djoker” – e spontaneo, ascolta la lirica, conosce la letteratura e fa beneficenza, da ultimo ai terremotati giapponesi. È lontano anni luce, dunque, dallo stereotipo del “serbo qualunque” costruito da giornali e televisioni. Eppure non nasconde l’attaccamento alla patria, alla cultura nazionale e altresì al mito del Kosovo, da cui peraltro proviene la sua famiglia (il nonno vi si trasferì dal Montenegro, il padre vi è nato). Il suo patriottismo risulta comunque discreto e nient’affatto radicale.

Sull’indipendenza dell’ex provincia ha manifestato pubblicamente la sua contrarietà, ma non ha mai evocato congiure internazionali, né è caduto nella trappola del vittimismo, nella quale i serbi cadono frequentemente. Quando poi è andato in visita in Kosovo o quando ha sostenuto economicamente la comunità serbo-kosovara, l’ha fatto in punta dei piedi, evitando di dare troppa pubblicità alla cosa. Secondo esempio del patriottismo soft. Durante un torneo fu presentato come un giocatore croato dallo speaker e corresse quest’ultimo garbatamente. Ci fu chi, nell’occasione, sostenne che avrebbe dovuto rispondere a tono a quell’offesa.

Ma Djokovic, a quanto pare, è al di sopra delle questioni ultra-identitarie e ha tra l’altro precisato di vantare numerosi amici croati, inclusi i colleghi del grande circo del tennis. Successi sul campo, patriottismo gentile e rifiuto dei luoghi comuni dello sciovinismo: sono questi gli ingredienti con cui Djokovic, a livello internazionale e comunitario, può aiutare la Serbia a rafforzare la credibilità. Ma l’effetto Djokovic non ha solo una dimensione esterna. S’avverte, bensì, anche in patria. La sua storia, una sorta di sogno americano ambientato in Serbia, insegna che con la volontà e con la fiducia in se stessi si può ottenere molto, migliorare le proprie condizioni di vita e redimersi da un background sociale segnato da condizioni di precarietà. Come quello della stessa famiglia Djokovic.

Il nuovo numero uno al mondo del tennis rappresenta, sotto un certo aspetto, una sorta di “uomo nuovo” serbo: determinato, convinto nei suoi mezzi e concentrato sull’obiettivo. Caratteristiche, queste, che a Belgrado e dintorni non sono così accentuate. Prevale la pigrizia e l’indolenza. Persino la rassegnazione. Non sempre, certo. Spesso, comunque. Djokovic ha respinto questa prospettiva. La sua rincorsa al successo è stata scandita da una costanza encomiabile.

La leggenda racconta addirittura che durante l’offensiva aerea della Nato su Belgrado, nel ’99, Novak, allora dodicenne, andasse con Jelena Gencic, la sua prima allenatrice, nelle zone della capitale colpite dalle bombe il giorno prima, perché lì i caccia dell’Alleanza atlantica, presumibilmente, non avrebbero sganciato nuovamente i loro ordigni. Correva rischi notevoli, ma l’importante era giocare: diritto, rovescio, smash. L’abnegazione l’ha ripagato alla grande: 26 tornei vinti, una Coppa Davis con la Serbia (2010), numero uno al mondo, 27 milioni di dollari in premi. In molti, tra i giovani, sognano di emularlo. In molti s’iscrivono alle accademie tennistiche che, sempre più numerose, sorgono nel paese. Nascerà un nuovo Djokovic? Chissà. L’importante è crederci e impegnarsi. Ponendo le basi per il riscatto personale e nazionale, perché no.

(Radio Europa Unita)